L’Italia che a Berlino non c’è. Al Festival del Cinema assente il Bel Paese

Alla 76ª Berlinale l’Italia è assente: un segnale della crisi del cinema italiano, tra set fermi, crollo delle maestranze, riforma del tax credit e un sistema produttivo fragile

Iniziamo da un dato semplice: dal 12 al 22 febbraio 2026 Berlino ospita la 76ª edizione della Berlinale, uno dei festival cinematografici più importanti del mondo. Nel concorso principale, però, l’Italia semplicemente non c’è.

Un’assenza che racconta lo stato reale del cinema italiano

Non è solo una questione di selezioni o di annate fortunate. È un’assenza che racconta qualcosa di più profondo: lo stato reale del cinema italiano oggi, tra produzioni rallentate, set sempre più rari e un sistema che negli ultimi anni ha mostrato crepe evidenti.
Per capirlo, basta guardare cosa è successo dentro l’industria negli ultimi due anni.

Dal lavoro sui set al vuoto improvviso

Dal 2015 al 2019 ho lavorato spesso sui set assunto da produzioni cinematografiche, soprattutto come assistente alla regia o assistente e delegato di produzione. Poi è arrivata la partita IVA, altri set, altri incarichi, che alternavo alle regie dei miei documentari. Fino al 2024 il cinema è stato il mio mestiere e il mio mondo. Poi, dopo il 2024, il vuoto. Il niente. Ma non demordo, tornerò a girare i miei documentari.

Il paradosso, semmai, è un altro. Non è vero che il cinema italiano stia vivendo una stagione industriale felice. Negli ultimi due anni il settore ha attraversato una crisi reale, fatta di set fermi, produzioni rallentate e soprattutto maestranze rimaste senza lavoro. I numeri aiutano a capire: secondo dati di ricerca sul settore audiovisivo, i tecnici e lavoratori delle troupe erano oltre 18mila nel 2023 e sono scesi a poco più di 1.800 nel 2024, cioè circa un decimo nell’arco di un anno. Una caduta verticale che fotografa meglio di qualsiasi slogan cosa sia successo davvero sui set.

Assistenti, aiuto registi, attrezzisti di scena, costumisti, scenografi: nel passaggio tra il 2023 e il 2024 il lavoro si è rarefatto, e tra il 2024 e il 2025 molti hanno dovuto cambiare mestiere — io per primo, tornato alla stampa e alla comunicazione dopo anni passati sui set. Altro che industria in salute: per una parte consistente del comparto è stata semplice sopravvivenza.

La riforma del tax credit e un sistema già fragile

La riforma del tax credit voluta dal governo Meloni ha aggravato una situazione già fragile. Il nuovo sistema, più rigido nei requisiti e nelle credenziali per l’accesso ai fondi, ha reso molto più difficile la vita alle piccole e medie produzioni indipendenti. I grandi progetti riescono ancora a partire — il 2026 si apre con titoli forti come il nuovo film di Checco Zalone e La grazia di Paolo Sorrentino — ma sotto quella superficie i lavoratori in difficoltà non si contano più.

Eppure sarebbe troppo facile attribuire tutto alla riforma o alla politica. La verità, meno comoda, è che il cinema italiano era in crisi già prima. Per anni una parte del sistema ha funzionato come un vero e proprio gioco delle tre carte finanziario. Sulla carta un film poteva costare un milione, molti anche di più. Nella pratica, spesso, la spesa reale era molto più bassa. Intorno a quel budget nominale si costruiva una filiera di richieste: sviluppo al ministero, sviluppo alla regione, poi bando produzione nazionale, bando produzione regionale nel territorio di ripresa, contributi per la distribuzione, tax credit trasformato in credito fiscale monetizzabile. A volte si aggiungevano prevendite televisive — Rai, Sky — o piattaforme, quando andava bene.

Dal circuito autoreferenziale al funerale simbolico

Il problema non è che i fondi pubblici esistano: è che per anni, in alcuni casi, il meccanismo sembrava più orientato a sostenere la struttura produttiva che il film stesso. Rendicontazioni complesse, fatturazioni incrociate, progetti che esistevano più nei dossier che nelle sale. L’uscita al cinema, il pubblico, la durata in programmazione, perfino l’impatto culturale diventavano quasi secondari rispetto alla capacità di costruire un piano finanziario credibile sulla carta.

Così il cinema rischiava di trasformarsi da arte industriale a circuito autoreferenziale: produttori abilissimi nei bandi, un certo ambiente culturale che difendeva posizioni acquisite, premi che spesso ruotavano sugli stessi nomi. Non ovunque, non sempre — ma abbastanza da creare un sistema percepito come chiuso, poco trasparente, poco interessato a rinnovarsi davvero.

In questo scenario, parlare di crisi oggi è quasi improprio. Il cinema italiano non è crollato improvvisamente: si è lentamente svuotato di necessità, di rischio, di urgenza. I nuovi autori non lo stanno salvando perché nemmeno ci arrivano a fare i propri film in un ecosistema già fragile; la politica non lo ha ucciso da sola, semmai ne ha accelerato la fine di un modello che si reggeva già su equilibri precari.

Così l’assenza italiana alla Berlinale non appare più come un incidente, ma come la fotografia finale di un processo lungo. Non è Berlino che dimentica l’Italia: è l’Italia che da tempo fatica a produrre film percepiti come indispensabili.

Se il cinema italiano era già malato o morto, oggi non siamo davanti a una crisi improvvisa. Siamo davanti al suo funerale simbolico. E Berlino, semplicemente, ne certifica il silenzio.

Ciro Scuotto

Donazione sostieni il Gazzettino Vesuviano