Nell’idioma partenopeo, e in quello di altre zone del Sud Italia, significa “macelleria”. La “chianca” è un termine antico, che identifica la tavola di legno su cui, un tempo, il macellaio (detto “chianchiere”) lavorava la carne.
È il titolo del nuovo, attesissimo romanzo del giornalista, scrittore e sceneggiatore Giovanni Taranto, il quarto volume che fa seguito ‒ per la gioia di tutti gli appassionati del giallo d’autore e dei fan del capitano dell’Arma dei Carabinieri Giulio Mariani ‒ alla trilogia della saga diventata famosa anche oltreoceano (“La fiamma spezzata”, “Requiem sull’ottava nota” e “Mala fede”, tutti editi da Avagliano), al punto da essere inserita nel catalogo delle biblioteche di Harvard e Princeton come esempio di letteratura italiana contemporanea.
Uscito nelle librerie il 20 febbraio, il romanzo stuzzica la curiosità già dal titolo, lasciando presagire uno scenario difficile da decifrare persino per chi, come Mariani, è abituato a indagini complesse, spesso disseminate di indizi da decifrare e popolate di personaggi oscuri ed enigmatici, e, come in questo caso, dalle ramificazioni della camorra e della mafia dell’Est europeo nel Vesuviano degli anni Novanta.
La curiosità è alimentata anche, prima ancora di cominciare la lettura, dall’immagine di copertina, che può far pensare a un escamotage visivo per alleggerire la crudezza di un contesto che si preannuncia agghiacciante. La farfalla blu è, in realtà, l’emblema di un club privato nel quale si consuma un traffico di carne umana: donne portate in Italia con il miraggio di una vita migliore, e invece schiavizzate, abusate e svilite nel corpo e nell’anima, fino a diventare vittime sacrificali di una “chianca” bestiale. Un business enorme, quello che c’è sempre stato intorno ai giri di prostituzione a vari livelli, che porta molteplici vantaggi alla criminalità organizzata.
Nel romanzo, una delle ragazze, scampata alla spirale inarrestabile di violenza e di morte, è l’unica a poter identificare il serial killer che inizia a seminare il terrore tra le prostitute, e che, per questo, viene messa sotto protezione nella caserma dove Mariani si arrovella per trovare il bandolo di una matassa a dir poco ingarbugliata. Una continua corsa contro il tempo, la sua, che rende frenetica, ma sempre puntuale e chirurgica, l’attività investigativa della sua squadra, impegnata anche a combattere i tentativi di infiltrazione della camorra negli appalti per gli impianti di depurazione del Golfo di Napoli.
Una costante dello stile personalissimo di Giovanni Taranto, che lo rende unico e riconoscibile nel mare magnum dell’editoria contemporanea, è la capacità di tenere avvinghiato il lettore fin dalle prime battute (senza alcuna mala fede, parafrasando il titolo del suo terzo libro), calandolo nella realtà di Napoli, del Vesuviano e della caserma dei Carabinieri di San Gioacchino (in realtà, Torre Annunziata), e suscitando un’empatia naturale con Giulio Mariani e i suoi fedeli collaboratori.
Non ultimo, il cronista di nera, e grande amico di Mariani, Gianluigi Alfano (che non è difficile identificare come l’alter ego di Taranto, giornalista di cronaca nera, giudiziaria e investigativa, da sempre impegnato nell’investigazione giornalistica e nel racconto dei fatti), famelico di notizie su ogni fase delle indagini e complice del Capitano nel dar forza, con le sue inchieste, alla denuncia del malaffare e delle infiltrazioni camorristiche. È anche grazie a lui e alle sue fonti che, ancora una volta, il Capitano riesce a sgominare il clan dei trafficanti di donne e ad onorare il suo giuramento di fedeltà all’Arma nel perseguire la giustizia e la difesa delle istituzioni, senza perdere quell’umano stupore di chi viene spiazzato da verità inimmaginabili.
Chi ha letto i gialli di Giovanni Taranto sa che l’autore, giocando con la fantasia, affronta i grandi temi di attualità inserendoli nei suoi romanzi, con una visione a tutto tondo delle cose che travalica la prima impressione. Con il “trucco” della trama inventata, spiega in modo efficace fenomeni culturali italiani, e anche quelli del crimine, stimolando il lettore a interagire con lui, e portandolo, senza che se ne accorga, a voler sapere che cosa succederà nelle pagine successive, immergendolo nella realtà grazie a una storia di fantasia.
Chi, come Taranto ha dimostrato di saper fare, riesce a spiegare la profondità della filosofia di vita partenopea, che affonda le sue radici in tante culture del passato, fa prevalere la vera napoletanità senza il filtro di un macchiettismo (pizza e mandolino) che ha ormai fatto il suo tempo. Un modo di essere che affascina e conquista, da Nord a Sud, e che riserverà ancora tante sorprese al pubblico dei lettori e non solo.
Viviana Rossi










