Nella Repubblica di Salò, ultimo rantolo del fascismo italiano, quattro potenti — un duca, un vescovo, un magistrato, un presidente — sequestrano giovani ragazzi e ragazze, rinchiudendoli in una villa isolata. Lì edificano un sistema rituale di dominio assoluto: cattura, umiliazione, degradazione, distruzione. Antinferno, Ciclo delle manie, Ciclo della merda, Ciclo del sangue: una discesa strutturata nell’orrore.
Pasolini non girò un film erotico, ma un’allegoria feroce sul potere quando diventa illimitato. Il sadismo non è fine a sé stesso: è la metafora di un’autorità che mercifica i corpi, annienta la soggettività, trasforma gli esseri umani in oggetti. Il film denuncia il
totalitarismo storico, ma anche – profeticamente – la nuova forma di dominio che Pasolini intravedeva negli anni Settanta: l’omologazione consumistica, il potere che modella desideri e coscienze più in profondità di qualsiasi dittatura armata.
La prima volta che vidi Salò era il 2008: stavo preparando l’esame di Storia e critica del cinema. Venivo dal neorealismo, da Woody Allen, da Sergio Leone e inciampai in Pasolini su consiglio di un amico studente di cinema come me. Scelsi l’opera più ardua. Ero giovane: rimasi sconvolto. Non riuscii a finirlo in una seduta; mi occorsero tre giorni. Non erano solo le immagini a ferire, ma la logica del sistema: l’orrore non come incidente patologico, ma come architettura del potere onnipotente. L’abuso non come devianza individuale, ma come esito inevitabile quando il limite svanisce.
Quella stessa logica riaffiora oggi con forza nel riemergere del caso Epstein. Il 30 gennaio 2026 il Dipartimento di Giustizia statunitense (DOJ) ha reso pubblici oltre tre milioni di pagine aggiuntive – per un totale vicino a 3,5 milioni – inclusi più di 2.000 video e 180.000 immagini, in ottemperanza all’Epstein Files Transparency Act firmato da Trump il 19 novembre 2025. Il DOJ ha identificato oltre 6 milioni di pagine potenzialmente rilevanti, ma ha dichiarato che questa release segna la compliance piena con la legge – pur dopo un ritardo rispetto al deadline originario di dicembre 2025 e tra pesanti critiche bipartisan: redactions estese, oscuramenti (per tutelare vittime, ma accusati di protezioni selettive su figure apicali), incompletezza percepita, e dibattito aperto su quanto materiale resti ancora protetto o escluso.
Il caso Epstein non è solo la cronaca di un finanziere condannato per crimini orribili. È lo specchio di un intreccio tra potere economico, relazioni politiche, finanza globale e reti internazionali che coinvolgeva capi di stato, famiglie reali, imprenditori, accademici, giganti della tecnologia e figure apicali della politica americana e mondiale. Non si tratta di colpe collettive – che spettano solo alla giustizia accertare nei singoli casi – ma di una questione sistemica: la distanza abissale tra élite globali e cittadini, e gli spazi di impunità (reale o percepita) che ne derivano.
Pasolini lo aveva intuito decenni fa: il potere contemporaneo non ha più bisogno di camicie nere per essere totalitario; lo diventa penetrando nella vita quotidiana, producendo conformismo, modellando desideri. Nel mondo globalizzato il potere si è frammentato e diffuso: mercati finanziari, piattaforme tecnologiche, lobby transnazionali, sistemi mediatici, reti diplomatiche. Spesso legittimo, diventa letale quando sfugge a trasparenza e accountability.
Il parallelo simbolico con Salò non è un’accusa indiscriminata, ma un monito: quando il potere appare (o è) impunito su scala transnazionale, si genera una percezione di doppio standard – una giustizia per i comuni cittadini, un’altra per chi occupa i vertici. Questa percezione, a prescindere dalla fondatezza nei singoli fatti emersi finora, erode la fiducia nelle democrazie occidentali, alimenta populismi, polarizzazioni e instabilità geopolitica.
La storia insegna che l’impunità percepita del potere spinge la società verso due derive ugualmente tossiche: la rassegnazione cinica (che svuota la democrazia dall’interno) o la rabbia distruttiva (che la mette a rischio dall’esterno). L’antidoto è uno solo: istituzioni trasparenti, giustizia indipendente, responsabilità effettiva per tutti.
L’Italia post-fascista lo ha capito con la Costituzione: limitare il potere, tutelare diritti inviolabili, impedire che l’autorità diventi dominio. Un principio che dialoga con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e con l’architettura multilaterale del dopoguerra.
Pasolini ci ha insegnato che la libertà non è un’acquisizione definitiva: richiede vigilanza culturale prima che politica. Richiede la capacità di riconoscere l’abuso anche quando si presenta non con la brutalità del passato, ma con le sembianze sofisticate del prestigio, del capitale, dell’influenza globale.
Il caso Epstein, con la sua mole documentale ora accessibile (pur tra controversie su oscuramenti e completezza), non è mera cronaca giudiziaria: è una cartina di tornasole per la fiducia democratica internazionale. Ogni sistema si misura sulla capacità di accertare la verità anche quando tocca i potenti, le relazioni diplomatiche, gli interessi economici sensibili. Non per vendetta, ma per preservare l’idea di uguaglianza davanti alla legge.
Se Salò ci getta nell’inferno del potere senza freni, la politica di oggi ci ricorda che l’antidoto non è l’indignazione effimera, ma istituzioni robuste, opinione pubblica attenta e una giustizia che non arretra.
Perché la linea sottile che separa una società libera da una dominata non passa dalla ricchezza o dal prestigio delle sue élite, ma dal rigore con cui la legge impone limiti al potere – ovunque esso si annidi, nazionale o globale.
Chiudo con una citazione di Pasolini tratta da una sua intervista: «Nel mio film tutto questo sesso assume un significato particolare, ed è la metafora di ciò che il potere fa del corpo umano. È la mercificazione del corpo umano, la riduzione del corpo umano ad una cosa, che è tipico del potere; di qualsiasi potere.»
Ciro Scuotto










