Giovanni Taranto è l’autentico prosecutore del lavoro di Attilio Veraldi. E La chianca è il romanzo della maturità e della consapevolezza. Un gran bel lavoro”.
Così il direttore del Festival del Giallo Città di Napoli, Ciro Sabatino, durante la prima nazionale del quarto romanzo che il giornalista oplontino ha dedicato alle indagini del suo Capitano Mariani.

Una vicenda che ruota intorno a una serie di grandi temi: il commercio di carne umana, lo sfruttamento delle donne, l’infiltrazione delle mafie nei grandi appalti, il traffico di reperti archeologici. E, come se non bastasse, l’ombra di un serial killer a caccia di “squillo”.

Lunedì scorso, alla Libreria Libertà di Torre Annunziata, il panel di presentazione del giallo pubblicato da Avagliano Editore.

Un’ora di dialogo e analisi appassionata che, sottoscritta dall’ideatore di una delle più importanti kermesse del giallo e del noir (quest’anno alla sua quinta edizione), assume un valore dal peso determinante.

“Giovanni – ha commentato Sabatino – è oggi una realtà forte della letteratura di genere e bisognerebbe averne una consapevolezza forte. Lui è un cantastorie che ha cominciato da ragazzo.

Ha raccontato una storia e lo ha fatto da giornalista, ha raccontato il presente di questa città. Poi, a un certo punto, ha fatto un passo avanti: ha finito per fermare un pezzo della storia di queste città trasferendola nella narrativa e nella letteratura di genere”.

Disamina importantissima quella dell’esperto, che, fra l’altro, è il maggiore collezionista italiano di gialli, thriller e noir, e ben riesce a fare paralleli, ad affiancare e confrontare stili e tematiche.

“Il percorso di Taranto è perfetto, perché prima è stato giornalista, è stato sui luoghi, è stato un attento narratore dei fatti di quel momento. Poi, a un certo punto, ha cominciato a prendere tutto quello che aveva messo insieme e lo ha fatto diventare un grande affresco. Lui è il libro di queste città, è il libro dell’area vesuviana è il libro della storia della camorra che poi significa anche parte della storia delle nostre terre: una cosa terribile ma un dato di fatto. Il libro delle nostre terre è lui, lo sta scrivendo lui. Questa cosa deve essere una consapevolezza che cominciamo ad avere. I suoi non sono romanzi popolari scritti e dimenticati: c’è dietro una storia. E se c’è uno che tiene una storia scritta, testimoniata, è lui.

Perché noi non possiamo vivere sempre di letture che non fanno un passo avanti, che non hanno nessun tipo di rapporto poi con quello che è realmente quello che c’è realmente dietro la scrittura”.

Il direttore del Festival ha poi posto l’accento sull’importante background giornalistico dell’autore.

“Lui è stato Giancarlo Siani nel periodo subito dopo la morte di Giancarlo, ha proseguito quel lavoro, ne ha raccolto il testimone. Ha combattuto, ha rischiato, ci ha messo la faccia, ha rischiato di rimetterci la vita. E quando ha smesso di fare tutte queste cose ha preso tutta quella roba lì e la sta fermando in una quadrilogia che è non solo l’immagine di queste terre, ma l’immagine di un universo che ci è sfuggita. Perché l’immagine di questo mondo questo universo di caserme di carabinieri di eroi che nessuno conoscerà mai, di gente che ha dedicato a queste città la propria anima, è roba che ora solo Giovanni Taranto sta fermando sulla carta facendo in modo che lo potremo raccontare ai nostri figli.
Dobbiamo ringraziarlo, dico sul serio.

E in tutto questo ha una grande penna, ha una grande capacità di raccontare nel modo giusto e allora viene fuori un lavoro che vale veramente la pena non solo leggere ma custodire in casa”.

Fondamentale anche quella che si potrebbe definire una sorta di investitura per Taranto, come erede di una scuola fondamentale della letteratura di genere.

“Io sono un grande appassionato di Veraldi, autore de “La mazzetta”, ha spiegato Sabatino, citando la pietra miliare del noir italiano, fra l’altro ripubblicata nel 2003 proprio da Avagliano Editore. Se noi ci andiamo a vedere i registri di Attilio Veraldi, il suo insegnamento, quella scuola che è cominciata nel 1976 con La mazzetta, se c’è un prosecutore, dopo Ferrandino, è Giovanni. E anche questa è una cosa meravigliosa. C’è un po’ di gente che sta cercando di inquadrarlo anche come genere. Il giallo vulcanico, il noir vesuviano… Lui a tutti gli effetti viene dalla scuola di Veraldi, del vero noir che è arrivato a noi e che per certi versi è frequentato pure da Maurizio De Giovanni”.

Poi il discorso è scivolato sulla capacità dello scrittore di coniugare i temi di cronaca con il racconto.

Giovanni mette zucchero su una pillola amara, ha commentato il direttore del Festival, riferendosi al fatto che, con l’artificio della narrazione gialla, Taranto riesca a spiegare al grande pubblico i temi e i meccanismi del crimine vero. “Un’altra cosa che mi ha sempre affascinato di lui è la capacità di essere lucido, anche se è sempre stato un po’ un grafomane: un giorno qualcuno la dovrà pubblicare l’opera da giornalista di Giovanni Taranto. Lui scriveva queste paginate intere per raccontare delle storie, e questo vi dà la misura di quanto fosse dentro le cose. Non mi dimenticherò mai una notte, una vicenda per un omicidio avvenuto proprio nella zona di Torre Annunziata, e gli investigatori che chiedevano a lui le informazioni su cosa fosse accaduto, prima ancora di correre là, gli arrivò una telefonata per chiedergli una serie di cose. Lui era la memoria storica di tutto quello che era accaduto e stava accadendo.

Tutta questa sua esperienza si vede. Questi anni vissuti al fianco del suo Mariani dell’epoca, sia al fianco di tutta una serie di persone che erano dei mostri in fatto di competenze investigative, di capacità operative, di fiuto: siamo in un territorio che in certi anni faceva un morto al giorno, o anche di più, per le guerre di camorra.

Ma dove sta la particolarità: lui ha delle competenze, ci hai camminato dentro a queste storie le tiene attaccate, aggrappate alla pelle. Qual è la forza di Giovanni? È quella di non fermarsi a questa certezza a questi fatti, ma di andare oltre, andare a fermare sempre con le sue storie tutto quello che è accaduto e che poi aggancia anche temi attualissimi”.

E, in effetti, quasi sembra emergere una sorta di pianificazione accurata per fare in modo che i gialli sulle indagini del Capitano Mariani arrivino nelle librerie riprendendo i grandi fatti di cronaca in primo piano proprio al momento del lancio dei romanzi.

“Ad esempio – ha colto Sabatino – questo suo ultimo libro, La chianca, che significa macelleria, racconta il caso Epstein in chiave vesuviana. Anche questa è bellissima come cosa, la capacità di andare sugli argomenti più di attualità. Capitò allo stesso modo con Mala fede dove il rapporto fra sette sataniche e mafia, criminalità, è una cosa che sta emergendo oggi sul caso Garlasco, come argomento numero uno: lì si parla della ‘ndrangheta e delle bestie di satana.

Lui è sempre capace di stare su fatti. E allora che cosa fa? Quando uscì il primo, La fiamma spezzata, fece un’operazione giusta perché scelse di andare a costruire una storia che raccontasse in parallelo un’atmosfera che era una stagione precisa dell’anno, Natale, ci mise gli struffoli e tutte le altre cose del periodo, e poi improvvisamente la madre che ad un certo punto cominciava a sospettare sulla natura della morte del figlio, e quella cosa gli permise di andare a raccontare una delle cose che accadono spesso, avere paura che escano delle notizie, quindi fare in modo che una storia non finisca fuori dai binari. Questo fu il primo romanzo. Nel secondo, Requiem sull’ottava nota, cominciò a fare quello che sa fare meglio, cioè vi ricostruisco la mappa della camorra e vi vado a raccontare come i ragazzini vengono risucchiati dai clan. Infatti poi quel libro è finito a fare da libri di testo a Nisida. Il terzo, Mala fede, racconta una cosa di cui nessuno aveva avuto il coraggio di parlare, perché vallo a raccontare: la religione, la criminalità e le sette tutte impastate a Pompei. E poi il percorso di redenzione di Bartolo Longo. Bartolo Longo, fatto santo, ma che ha cominciato da sacerdote satanista”.

Quindi l’approfondimento sul quarto episodio della saga del Capitano Mariani.

“Giovanni – ha fatto notare l’esperto riferendosi alla presenza della prostituzione sul territorio vesuviano – fa questi spot su questi grandi argomenti che comunque appartengono alle nostre terre, alla nostra cultura. Ora vi chiedo, proprio per onestà, tutte le volte che avete preso la macchina e siete partiti da quella matita che sta al centro della piazza di Pompei, quel matitone grande, e siete andati verso Torre Annunziata e siete passati per lo svincolo che porta sull’autostrada, avete pensato a queste ragazze che stanno qua tutte le notti, che storie hanno, che cosa c’è dietro, è possibile che sia solo quello, che cosa c’è dietro quel mondo pazzesco, quel sipario che si apre di notte a Pompei?

Questa è La chianca, cioè lui vi racconta quello che per certi versi ho sempre pensato, ogni volta che pensavo a Pompei. Ma che cosa c’è? Che cosa c’è dietro?

Ce lo ha spiegato lui: “C’è un universo di speranze, c’è un universo di inganni, c’è un universo di illusioni, c’è lo sfruttamento e c’è chi obtorto collo in questo tritacarne, in questa sotto la mannaia di questi macellai, si getta, a volte facendo finta di credere che davvero potrà avere un’opportunità, ma alla fine sa qual è il percorso”.

Inoltre una delle particolarità del libro è il fatto di camminare, almeno apparentemente, sempre sopra le righe. Per esempio il romanzo si apre nei Carpazi, addirittura c’è una suggestione vampiresca, cioè ci sono le brume di quelle zone e tutto il resto… Sembra sempre che lui ci giochi con le cose, però poi invece i temi trattati sono terrificanti, sono seri, sono profondi, sono di riflessione”.

Ad appassionare il direttore del Festival del Giallo, anche la cifra stilistica molto particolare dell’autore.

“Una delle caratteristiche di questo romanzo, ma di tutti e quattro, è la coralità. Giovanni – ha spiegato Sabatino – ha una capacità incredibile di raccontare una storia facendo muovere tutto contemporaneamente, è veramente uno spettacolo. Se voi vi andate a vedere i libri normali, hanno una linearità dello sviluppo dei fatti, mentre invece nelle storie di Giovanni tutto avviene insieme. Una grande orchestra. Meraviglioso, veramente. Come stare in una stanza con quello che entra e dice una cosa, poi l’ascensore, la finestra che si apre, e mentre accade tutto questo, lui riesce a mantenere una linea e vi porta dove vi deve portare.

Tra l’altro in questo quarto romanzo, diciamo, si è anche rilassato: primo cadavere a pagina 47. Devo dire che è meraviglioso perché io lettore non solo sto aspettando, sono un appassionato, quindi voglio avere il canone, voglio vedere il cadavere, però vedere per 47 pagine la capacità che ha poi di costruire tutta roba che serve dopo, è spettacolare.

È il romanzo della maturità, è il romanzo della consapevolezza, della lucidità, è un gran bel lavoro. Anche per gestione della storia”.

Una serie di considerazioni a parte è arrivata sul particolarissimo uso del linguaggio da parte dell’autore. Anzi “dei” linguaggi.

“Un’altra cosa molto carina che ha Giovanni, che di solito gli scrittori dimenticano, è la capacità di utilizzare i linguaggi a seconda dei personaggi”, ha sottolineato Ciro Sabatino.  Ogni persona di questo romanzo parla come parla. Un esercizio che non è una sciocchezza perché poi non è neanche frettoloso il modo con il quale vengono gestite. Lo stesso Mariani è romano. Ed è difficilissimo poi rendere credibile nel nostro contesto un romano, no.

Tra l’altro anche il registro della scrittura, che forse vi ricorderà Camilleri, ma Taranto lo fa in maniera secondo me molto più carina, è mettere su carta il modo con il quale si scriveva il verbalese. Il verbalese è meraviglioso. È bellissimo perché non c’è nessuna forzatura, si vede che è vero”.

In conclusione, Sabatino ha ribadito il ruolo ormai centrale che il papà del Capitano Mariani ricopre nel panorama letterario italiano.

“Insomma questa è la capacità di cogliere tutta una serie di cose, di cogliere un mondo, di cogliere tutta una miriade di personaggi che c’erano. Io ci credo anche perché sono stato testimone dei fatti, cioè io capisco che Giovanni veramente ha preso quegli anni e non ha imbrogliato, cambiato mai.

Tanti episodi reali, che conducono alla finzione. Questa è la letteratura popolare, questo è il romanzo popolare ed è tutto quello che avremmo dovuto imparare da tempo, cioè la letteratura di genere è semplicemente una variante di quello che anche Maurizio De Giovanni ormai definisce romanzo popolare e Giovanni Taranto, ne è uno dei riferimenti ormai più importanti”.

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