«Questo cuore non farà nemmeno un battito, non ripartirà mai». Le parole del cardiochirurgo Guido Oppido, pronunciate il 23 dicembre tra le mura sterili dell’ospedale Monaldi, risuonano oggi come una sentenza definitiva in un’inchiesta che si fa ogni ora più drammatica. Il piccolo Domenico, appena due anni e quattro mesi, è morto dopo sessanta giorni di agonia a seguito di un trapianto impossibile: l’organo arrivato da Bolzano era «una pietra durissima», congelato per un errore fatale durante il confezionamento.
Dalle audizioni degli infermieri presenti quel giorno, condotte dal pm Giuseppe Tittaferrante, emerge un dettaglio agghiacciante: quando l’équipe medica ha aperto la box termica, il torace di Domenico era già stato aperto e il suo cuoricino malato già rimosso. Una procedura standard che, in questo caso, si è trasformata in una trappola senza via d’uscita.
Non potendo più tornare indietro, l’équipe ha tentato l’impossibile: «Provammo a scongelare il cuore con acqua fredda, poi tiepida, infine calda», hanno riferito i testimoni. Ma il muscolo cardiaco, compromesso dal ghiaccio secco, si è solo parzialmente ammorbidito, restando di fatto un organo morto prima ancora di essere impiantato.
Le indagini dei Nas di Napoli e Trento hanno fatto luce su quanto accaduto all’ospedale di Bolzano durante la fase dell’espianto. Secondo l’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi, la Procura non indagherà il personale sanitario altoatesino. L’errore sarebbe infatti da imputare interamente alla dottoressa Gabriella Farina, responsabile dell’équipe di Napoli trasferitasi a Bolzano per il prelievo.
Sarebbe stata un’operatrice sociosanitaria (OSS) di Bolzano a mostrare il ghiaccio alla dottoressa, chiedendo se fosse idoneo. «L’errore è stato della dottoressa Farina – spiega il legale – che non ha saputo cogliere la differenza tra ghiaccio normale e ghiaccio secco, pur avendo le competenze necessarie, e ha dato il via libera al confezionamento». Il supporto è stato chiesto a una figura priva di qualifiche specifiche per valutare materiali criogenici, ma la responsabilità della supervisione restava in capo al team campano.
Oltre alla natura del ghiaccio, l’inchiesta punta l’indice contro la gestione tecnica del trasporto. La frigo box utilizzata sarebbe risultata fuori norma rispetto alle linee guida del 2015. «Il protocollo prevede che la temperatura venga monitorata ogni minuto tramite un termostato interno», denuncia l’avvocato Petruzzi.
In assenza di un sistema automatico, i medici avrebbero dovuto procedere con una misurazione manuale, soprattutto dopo il volo aereo, momento critico in cui la verifica termica è obbligatoria per legge. Nulla di tutto ciò sarebbe avvenuto. Il cuore è arrivato a Napoli “blindato” nel ghiaccio secco, trasformandosi in una trappola gelida per le speranze di vita del bambino.
Mentre la documentazione acquisita passa al vaglio dei consulenti tecnici, la famiglia di Domenico attende risposte. La difesa sottolinea come una catena di omissioni – dalla scelta del materiale refrigerante alla mancata verifica della temperatura all’atterraggio – abbia portato a un esito che il chirurgo in sala aveva intuito al primo sguardo.
I prossimi passi dell’inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, punteranno a cristallizzare le testimonianze nell’incidente probatorio, trasformando i racconti della sala operatoria in prove decisive.










