Amman, questa mattina presto. Le chat si accendono con foto sfocate: fumo nero denso su Teheran, esplosioni nel centro della capitale, vicino agli uffici di Ali Khamenei. Sono giorni che consultavo StrikeRadar (usstrikeradar.com), la piattaforma online creata da Yonatan Back – uno sviluppatore israeliano – che aggrega dati pubblici per calcolare in tempo reale la probabilità di un attacco USA (o alleato) sull’Iran. Indicatori come prezzi del petrolio, voli civili sull’Iran, traffico internet, notizie con parole chiave “strike” o “missile”, mercati predittivi, aerei cisterna militari, persino il “Pentagon Pizza Meter” e condizioni meteo. Tutto pesato matematicamente per un punteggio di rischio che si aggiorna ogni 20-30 minuti.

Non è un tool ufficiale, né intelligence governativa: è OSINT (Open Source Intelligence) sperimentale, indipendente, nato da un esperimento personale. Ma negli ultimi mesi ha attirato giornalisti, analisti e migliaia di occhi preoccupati – oggi segna “Imminent” al 100% per le prossime 8 ore, con segnali come “ATTACK IN PROGRESS” su news intel e connettività digitale. Eppure non è servito a tanto: sapevamo che sarebbe successo di sabato, in pieno giorno, quando il rischio era già schizzato alle stelle.

Israele ha premuto il grilletto. Il ministro della Difesa Israel Katz lo ha detto senza giri di parole: «Lo Stato di Israele ha lanciato un attacco preventivo contro l’Iran per rimuovere le minacce allo Stato di Israele». Stato di emergenza immediato, sirene in tutto il Paese, spazio aereo chiuso. E qui, a un passo dal confine, sentiamo già il peso di quello che potrebbe seguire.

A quanto pare, la base di partenza è Israele stessa. Non è stato ancora reso noto il dettaglio esatto – basi aeree specifiche come Nevatim o Hatzerim, o piattaforme missilistiche interne – ma tutte le prime ricostruzioni (da Reuters ad Al Jazeera, da ANSA al Times of Israel) indicano che l’operazione è partita dal territorio israeliano. Niente menzioni di lanci da portaerei nel Golfo, da basi USA in Giordania o altrove, né di corridoi aerei su Paesi terzi. Missili stand-off a lungo raggio, forse droni stealth o velivoli che non hanno bisogno di sorvolare mezzo Medio Oriente: la logica è quella di colpire da “casa”, riducendo l’esposizione. Fonti americane confermano un coordinamento con gli Usa (intelligence, forse supporto logistico), ma il lancio operativo resta israeliano. Il monitoraggio open source di radar e traffico aereo, intensificato nelle ore prima, non ha segnalato anomalie fuori dai confini israeliani.

Obiettivi confermati: aree di Teheran (e secondo alcune fonti anche Qom, Isfahan, Kermanshah, Karaj), con esplosioni udite nel centro città. Non ci sono ancora comunicazioni ufficiali iraniane su vittime o danni precisi – se basi missilistiche, centri di comando o infrastrutture nucleari residue. Il fumo sale, il resto è opacità di regime.

Da qui, dalla Giordania dove vivo, c’è timore e attenzione continua. I giordani non vogliono essere trascinati in nessuno scontro: sanno bene che le basi militari americane in Giordania – come Muwaffaq Salti – sono un rischio enorme. Sanno di essere, come al solito, in mezzo a due fuochi e camminare sulle uova sembra impossibile. Le tensioni sul nucleare, i negoziati falliti a Ginevra, la ricostruzione iraniana dopo i 12 giorni di guerra del 2025: tutto puntava a un “preventivo” israeliano. La gente ad Amman lo sa: quando Tel Aviv decide di agire da sola (o quasi), noi restiamo in mezzo, con confini che si chiudono, prezzi che salgono e la paura che i proxy rispondano ovunque.

Ora l’attenzione è tutta sulla risposta iraniana. Teheran ha opzioni sul tavolo: attacco diretto con missili balistici o droni su Israele; azione indiretta via Hezbollah, Houthis o milizie irachene; una rappresaglia simbolica per salvare la faccia; o una vendetta differita, più chirurgica e letale. Il regime è sotto pressione interna – inflazione alle stelle, proteste sopite ma vive – ma una non-risposta sarebbe un suicidio politico. La deterrenza regionale non tollera silenzi.

Intanto consultazioni diplomatiche febbrili: Europa osserva, Russia e Cina tacciono (ma riforniscono), ONU convoca l’ennesima riunione inutile. Nessuna mobilitazione extra annunciata dalle grandi potenze, ma il rischio di allargamento è altissimo.

La dinamica delle prossime ore deciderà tutto: lanci iraniani? Attivazione Iron Dome e Arrow? Dichiarazioni da Teheran? Se resta circoscritto, forse è solo un altro capitolo. Se esplode, diventa la guerra che tutti temevamo.

Da Amman, una cosa è chiara: mentre i leader parlano di “minacce esistenziali” e “preventivi”, la gente normale – a Teheran nei sotterranei, a Tel Aviv nei rifugi, qui con il fiato sospeso – paga il prezzo. Ogni “base di partenza” israeliana oggi potrebbe diventare il bersaglio di domani. E noi, sul confine sbagliato, lo sappiamo fin troppo bene.

Non è più analisi. È realtà

“E mentre il Medio Oriente brucia con l’attacco su Teheran, a est la situazione peggiora ulteriormente: il 27 febbraio il Pakistan ha dichiarato ‘open war’ contro l’Afghanistan dopo bombardamenti su Kabul e Kandahar, con rappresaglie talibane. Un altro fronte aperto, che rende il confine – ovunque – ancora più precario. Da Amman, il senso di accerchiamento cresce”.

AGGIORNAMENTI

L’attacco militare coordinato di Stati Uniti e Israele contro l’Iran è stato lanciato nelle prime ore del mattino del 28 febbraio 2026 con raid aerei e lancio di missili su diverse città iraniane, tra cui Teheran, Isfahan e Tabriz, in quello che i due Paesi hanno definito un’azione preventiva per rimuovere minacce ritenute esistenziali alle loro sicurezze nazionali.

Le prime esplosioni sono state segnalate poco dopo l’alba e, secondo fonti iraniane, almeno 40 persone sono morte – tra militari e civili – in un attacco che ha colpito anche una scuola nel sud del paese; circa 48 feriti sono stati riportati dalle agenzie di stampa locali.

In risposta all’offensiva, l’Iran ha lanciato missili e droni verso obiettivi in Israele e ha colpito basi militari statunitensi in varie aree del Golfo Persico, dichiarando che reagirà “con piena forza” a ciò che Teheran definisce una violazione della sovranità nazionale.

La situazione resta estremamente tesa, con sirene d’allarme attivate anche in Israele, chiusura dello spazio aereo e possibili ulteriori escalation nel conflitto regionale.

AGGIORNAMENTI

Le prime sirene sono risuonate ad Amman alle 11.45, invitando la popolazione a restare in casa. Secondo le informazioni disponibili, si tratterebbe della risposta dell’Iran, mentre la tensione nella regione continua a salire.

La situazione appare in rapida evoluzione. Lo spazio aereo è stato chiuso ai voli civili e l’Aeronautica militare giordana è entrata in azione per controllare e mettere in sicurezza i cieli del Paese. Come già avvenuto nel 2024 e nel 2025, i velivoli di Amman sono impegnati nell’intercettazione di missili iraniani.

Alle 12.57 sono state segnalate esplosioni nella capitale.

Secondo l’ultimo aggiornamento, a seguito dell’intercettazione, frammenti di due missili iraniani sono caduti nella zona di Marj Al-Hamam, ad Amman. La guerra, secondo fonti informate, si prospetta lunga, con la possibilità di ulteriori chiusure e nuove misure di sicurezza nelle prossime ore.

da Amman
Ciro Scuotto

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