Sono le 9:30 del mattino ad Amman, 3 marzo 2026, a 150 metri dall’ambasciata americana. Due blocchi stradali a nord e a sud: nessuno può accedere. Dentro è vuota, fuori presidiata da poliziotti ovunque. Passeggio nella zona di Abdoun, ho voglia di un caffè ma niente: bar e ristoranti tutti chiusi, in pieno Ramadan. Alzo lo sguardo al cielo: è azzurrissimo, il sole forte. È il 3 marzo, ma la primavera è già qui. Vedo un sacco di rondini che volano libere, e mi chiedo come sia possibile…
Sognavo un 2026 più verde, più lento, più umano. Invece mi ritrovo a guardare Teheran in fiamme e l’Occidente che torna a fare la guerra per il petrolio.
Mi immaginavo un altro 2026. Davvero. Con l’aiuto della tecnologia, mi vedevo proiettato in un mondo più verde, più lento, paradossalmente più umano. Un pianeta dove le macchine avrebbero liberato l’essere umano dalla fatica brutale del lavoro, non l’avrebbero sostituito ma aiutato. Dove avremmo curato l’ambiente invece di saccheggiarlo, domato l’odio invece di amplificarlo, riscoperto la natura e la gioia semplice del vivere.
«A che mi servono tre macchine se poi non posso respirare? A che mi serve il denaro se non ho il tempo di vivere la vita?» – José “Pepe” Mujica
La realtà che non volevo. Immaginavo accordi multilaterali sul clima – l’unica vera guerra che valga la pena combattere. Invece oggi, 3 marzo 2026, guardo le notizie e vedo Teheran colpita da ondate di strikes USA-Israele (dal 28 febbraio), missili che attraversano il cielo, lo Stretto di Hormuz minacciato, il prezzo del petrolio che sale e l’ambasciata americana qui ad Amman evacuata in fretta e furia per minacce imminenti.
Le fonti ufficiali del Dipartimento di Stato USA confermano: il 2 marzo è stato emesso un Security Alert in cui si legge testualmente «Out of an abundance of caution, all personnel at the U.S. Embassy have temporarily departed the Embassy compound due to a threat». Tutto il personale ha lasciato temporaneamente il compound per precauzione, a causa di una minaccia non specificata (legata alle tensioni con l’Iran, droni e missili nella regione). Contestualmente, ordered departure per tutto il personale non essenziale e i familiari dei dipendenti governativi USA dalla Giordania. Non è un rimpatrio definitivo o un’evacuazione completa forzata di tutti, ma una misura standard in caso di rischio elevato: il compound è svuotato, servizi non-emergency (visti, passaporti, appuntamenti ordinari) sospesi o fortemente limitati, personale essenziale probabilmente da location alternative o remoto. Nessun aggiornamento al 3 marzo indica un rientro; l’ambasciata resta operativa solo per emergenze (soprattutto cittadini USA), in modalità ridotta e massima allerta. Il Travel Advisory per la Giordania è stato alzato a Level 3: Reconsider Travel per terrorismo e armed conflict, con minacce di attacchi da droni/missili iraniani e disruption ai voli.
E mi chiedo: ma che tipo di guerra è questa? Non è una guerra per la libertà. È la solita, vecchia guerra per chi controlla il rubinetto del petrolio, o forse una distrazione per l’occupazione finale di Gaza e West Bank? È per coprire i file di Epstein? Per indebolire la Cina? O sono tutte queste ragioni insieme. Dal Venezuela all’Iran, la storia si ripete: chi gestisce i combustibili fossili decide chi vive e chi muore. Produrre, produrre, produrre sempre a tutti i costi. Produrre cosa, poi? Altre auto? Altri vestiti? Altro cibo spazzatura che nessuno ha più voglia di mangiare? E il resto – le retoriche sulla libertà, i valori occidentali, la sicurezza globale – è solo scenografia.
Questo dramma epico scoppiato quattro giorni fa mi sembra solo un assist perfetto, un regalo miliardario ai produttori di armi, alle grandi compagnie petrolifere, a chi sviluppa tecnologia non per farci vivere meglio, ma per farci uccidere con più precisione: droni, sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale al servizio della morte.
L’Italia, piccola, ancora non ha fatto capire da che parte stare. Per le guerre di chi? Per gli interessi di Trump e Netanyahu? Per le basi militari americane in Europa che si mettono al servizio di questa follia?
L’Inghilterra di ieri, la Francia di oggi, e domani probabilmente tutta l’Europa trascinata dalle sue stesse basi militari in questa alleanza mortale. Abbiamo visto il genocidio a Gaza e siamo rimasti immobili. Peggio: siamo stati complici. E il silenzio è colpevolezza.
Ricominciare dal basso. Oggi abbiamo bisogno di ricominciare esattamente da lì: dagli incontri tra le persone, dal parlare, dall’agire, dal difenderci, dalla partecipazione consapevole al futuro.
da Amman
Ciro Scuotto










