Camorra, a Napoli così è stato ucciso l'ingegnere Salvatore Coppola: i retroscena dietro l'omicidio dell'ex collaboratore di giustizia

La Corte di Assise di Napoli ha emesso la sentenza di primo grado per l’omicidio dell’ingegnere Salvatore Coppola, avvenuto nel marzo 2024 nel quartiere San Giovanni a Teduccio. I giudici della terza sezione hanno condannato il mandante Gennaro Petrucci a 27 anni di reclusione e il sicario Mario De Simone a 27 anni e 6 mesi di carcere. Nel processo è stata esclusa l’aggravante della finalità e del metodo mafiosi, nonostante la modalità dell’esecuzione, avvenuta con un colpo di pistola alla nuca, abbia richiamato dinamiche tipiche degli omicidi di stampo criminale.

La sentenza della Corte di Assise di Napoli

Il verdetto è stato pronunciato dalla terza sezione della Corte di Assise di Napoli, con il processo che si è concluso nel pomeriggio dopo la requisitoria dell’accusa rappresentata dal pubblico ministero Sergio Raimondi.

Per l’esecutore materiale Mario De Simone, oggi 66 anni, il pm aveva chiesto in aula la pena dell’ergastolo, ma i giudici hanno stabilito una condanna a 27 anni e 6 mesi di reclusione.

Per il mandante Gennaro Petrucci, 75 anni, imprenditore e marito dell’imprenditrice Silvana Fucito, la Corte ha accolto la richiesta di condanna formulata dall’accusa, stabilendo una pena di 27 anni di carcere.

Entrambi gli imputati hanno ammesso le proprie responsabilità durante il processo, confermando rispettivamente di aver ordinato e compiuto l’omicidio dell’ingegnere.

L’omicidio di Salvatore Coppola

L’ingegnere Salvatore Coppola, 66 anni, fu assassinato la sera dell’11 marzo 2024 nel quartiere San Giovanni a Teduccio, nella zona orientale di Napoli.

L’agguato avvenne nel parcheggio del supermercato Decò, lungo corso Protopisani, a pochi passi dall’ufficio della vittima. Coppola venne raggiunto da un colpo di arma da fuoco alla nuca, modalità che portò inizialmente a ipotizzare collegamenti con contesti criminali organizzati.

Nel corso del processo, tuttavia, i giudici hanno escluso l’aggravante mafiosa, stabilendo che l’omicidio non fosse collegato ad attività della criminalità organizzata.

Le confessioni di mandante e sicario

Durante le udienze, Gennaro Petrucci ha reso una lunga confessione, avviando anche un percorso collaborativo. In aula ha spiegato di aver maturato un forte rancore nei confronti dell’ingegnere Coppola dopo la perdita della casa in cui viveva a Portici.

Si trattava di una lussuosa villa del valore stimato di circa quattro milioni di euro, situata in via De Lauzieres, finita all’asta per un milione e duecentomila euro.

Petrucci ha raccontato in aula le ragioni della decisione di colpire l’ingegnere:
«Maturai la volontà di uccidere Coppola per l’atteggiamento assunto da Coppola nel corso di un sopralluogo fatto da Coppola e da un suo socio, Salvatore Abbate, svolto a casa mia».

Nel corso delle ultime udienze anche Mario De Simone, detenuto da due anni per questi fatti, ha ammesso le proprie responsabilità, dichiarando di aver eseguito materialmente l’omicidio.

Il movente legato alla villa finita all’asta

Secondo quanto emerso nel processo, il delitto sarebbe maturato nell’ambito di una controversia legata alla vendita all’asta della villa dei coniugi Petrucci-Fucito.

L’immobile era stato posto all’asta dopo un’altra vicenda giudiziaria che aveva coinvolto i proprietari per falso ed evasione, procedimento che aveva portato al fallimento e al sequestro giudiziario dell’abitazione.

Secondo quanto riferito dagli imputati, Coppola avrebbe avuto un ruolo nella procedura che portò alla vendita dell’immobile, circostanza che avrebbe alimentato il risentimento di Petrucci.

Il piano iniziale e la decisione di uccidere

Nel corso della deposizione in aula, il mandante ha spiegato che inizialmente non era stata pianificata l’uccisione dell’ingegnere.

«Io non volevo ammazzarlo, doveva essere sparato alle gambe perché se lo meritava per quello che stava facendo», ha dichiarato Petrucci davanti ai giudici.

Secondo la sua versione, l’idea iniziale era quindi quella di una gambizzazione a scopo intimidatorio.

Tuttavia, il sicario avrebbe temuto di essere riconosciuto dalla vittima, circostanza che lo avrebbe spinto a esplodere un colpo alla nuca, trasformando l’azione intimidatoria in un omicidio volontario.

Il pagamento del killer

Secondo quanto emerso nel processo, Mario De Simone avrebbe accettato di compiere il delitto per una somma complessiva di 20mila euro.

Il pagamento sarebbe stato effettuato in più tranche. Petrucci ha raccontato in aula i dettagli del compenso:

«La sera dell’omicidio De Simone mi disse che aveva fatto “il servizio” (l’omicidio), gli diedi 500 euro e 4 bottiglie di vino. In totale – ha detto ancora Petrucci durante la sua deposizione a processo – gli ho dato 7mila euro».

Il resto del compenso pattuito sarebbe stato versato successivamente.

Le aggravanti escluse e quelle confermate

Nel pronunciarsi sulla sentenza, la Corte ha stabilito l’esclusione dell’aggravante mafiosa per entrambi gli imputati.

Per Mario De Simone è stata inoltre esclusa l’aggravante dei futili motivi.

È stata invece confermata l’aggravante della premeditazione, elemento che ha contribuito alla determinazione delle pene stabilite dalla Corte di Assise.

Il processo di primo grado si conclude così con la condanna del mandante e dell’esecutore materiale dell’omicidio dell’ingegnere Salvatore Coppola, avvenuto nel marzo 2024 nella zona orientale di Napoli.

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