Avrei tanto voluto fare il liceo classico. Ma a quattordici anni si è ancora troppo poco uomini e ancora un pizzico bambini, in quella zona di mezzo è facilissimo sbagliare una scelta che poi ti segue per anni. Finii in ragioneria, all’Istituto Tecnico Commerciale Statale Ferdinando Galiani di Napoli, sulla Doganella. Non me ne sono mai pentito davvero, anche se il classico ogni tanto me lo sogno ancora.
Tra i docenti che mi hanno formato, quella che ricordo con più gratitudine è la professoressa Flora, che ci insegnava economia aziendale. Due ore a settimana le lasciava libere: ci faceva arrivare i giornali, quasi tutti, Il Sole 24 Ore, La Repubblica, il Corriere della Sera, il Corriere del Mezzogiorno, il Mattino. Era una lezione di giornalismo che era anche una lezione di economia, e soprattutto una lezione di vita.
Vedete ragazzi, ci ripeteva, l’economia che oggi vi sembra noiosa e difficile è ovunque intorno a noi. Ve la insegno per difesa personale. Vi do gli strumenti per valutare un piano tariffario, per non farvi infinocchiare dal prezzo pubblicitario di una macchina: contatevi bene tutto, dall’acconto che darete, alle rate che pagherete negli anni, e vedrete che la pagherete il doppio. Attenti alle borse: vi continueranno a dire “bruciati in borsa tot milioni di euro”, ma nessuno brucia niente. Non accendono un fuoco e ci buttano i soldi sopra. Come sempre, ci sono persone che incassano e persone che non incassano. Tutto qui.
E poi c’era la signora Concetta. La professoressa Flora ci parlava di macro-economia, sì, ma ci parlava anche dell’economia della signora Concetta, che doveva pagare il fitto, le bollette, il condominio, aveva la macchina, aveva i figli, e magari la domenica voleva ancora fare il ragù per i nipoti. Quella donna immaginaria era il punto di atterraggio di tutto il resto.
Non capivamo, allora, che ci stava aprendo gli occhi.
Oggi, a distanza di anni, mi ritrovo a pensare alla signora Concetta quando leggo i dati sull’economia italiana. E mi chiedo se qualcuno, nei palazzi dove si prendono le grandi decisioni, si ricordi ancora di lei.
Partiamo dai numeri, perché i numeri non mentono e non hanno partiti di riferimento, anche se a volte si presentano in modo da sembrare altro. Tra il 2021 e il 2025, i salari reali italiani sono calati del 7,5% in termini di potere d’acquisto. Siamo tra le grandi economie OCSE quella che ha perso di più. La pressione fiscale nel 2024 era al 42,8% del PIL, salita al 43,1% nel 2025. Il cuneo fiscale sul lavoro è al 47,1%, quarto più alto tra 38 Paesi. Nel frattempo, le imprese italiane pagano prezzi dell’energia del 34,5% superiori alla media europea, con extracosti annui di 5,4 miliardi solo per le piccole e medie imprese.
Sono cifre che la signora Concetta non legge sul Sole 24 Ore, ma che sente ogni mese quando apre la busta della bolletta.
Qui nasce la domanda che mi perseguita, e che non è né di destra né di sinistra: perché la politica italiana, qualunque governo sia al potere, non mette mai davvero in discussione un assetto internazionale che può costare così caro all’economia del Paese?
Non è una domanda antiamericana o anti-europea. È una domanda di contabilità politica. L’Italia ha scelto partner strategici, l’alleanza atlantica, il quadro europeo, e questa scelta porta con sé conseguenze concrete: la dipendenza dal gas naturale liquefatto americano, più costoso di quello russo che arrivava via pipeline perché richiede liquefazione, trasporto oceanico e rigassificazione; l’esposizione a tensioni commerciali con dazi sui prodotti europei; la fragilità energetica in un momento in cui il Medio Oriente brucia e lo Stretto di Hormuz potrebbe richiudersi da un giorno all’altro.
Post-crisi ucraina, i prezzi energetici in Italia sono già aumentati del 45,6% rispetto al 2021. Nel 2026 le imprese potrebbero affrontare rincari di quasi 10 miliardi. Per le famiglie si stima un aggravio di 650 euro annui. Non sono numeri astratti: sono il fitto della signora Concetta che sale, è il ragù della domenica che diventa un lusso.
Il paradosso è trasversale. La destra italiana, che pure proclama sovranità e difesa dell’interesse nazionale, ha sempre aderito senza strappi all’atlantismo. La sinistra, dal canto suo, non è mai stata da meno: Massimo D’Alema nel 1999 portò l’Italia nei bombardamenti NATO sulla Serbia, violando secondo molti i principi del diritto internazionale. Romano Prodi, padre fondatore dell’Europa finanziaria, mantenne l’Italia allineata senza mai mettere in discussione le basi americane sul territorio nazionale. Non è ipocrisia di un solo campo, è un pattern strutturale che attraversa decenni e governi di ogni colore.
Rimane aperta la domanda su che Europa vogliamo essere. Quella che il cancelliere tedesco Friedrich Merz, l’8 marzo 2026, ha descritto allineandosi incondizionatamente alle posizioni atlantiche nel contesto mediorientale? O un’Europa capace di avere una sua voce, una sua strategia energetica, una sua politica commerciale che non sacrifichi sempre le economie più fragili al tavolo dei più forti?
L’Italia parte svantaggiata in questo gioco: dipende dall’estero per il 75% del proprio fabbisogno energetico, il 95% del gas è importato, e il suo sistema produttivo è fatto di piccole e medie imprese manifatturiere che non possono reggere all’infinito l’aumento dei costi. Il Made in Italy nel 2025 ha raggiunto i 643 miliardi di export, con crescite verso gli USA e la Germania. Ma quelle stesse alleanze che aprono mercati espongono anche al rischio di dazi, di instabilità, di regole del gioco che cambiano e che vengono scritte altrove.
La domanda, alla fine, non è ideologica. Non è uno scegliere tra Occidente e resto del mondo. È più semplice e più brutale: l’Italia ha una strategia economica nazionale autonoma, o si limita ad adattarsi a un sistema dove gli interessi dei partner più forti pesano sempre di più dei nostri?
Le accise mobili proposte dall’attuale governo saranno la cura. Utili forse, insufficienti certamente, se non accompagnate da un ripensamento più profondo. La storia europea insegna che quando le bollette superano la soglia di tolleranza, quando i salari non bastano più a coprire il fitto e il condominio e la macchina e le rate del telefono, il consenso diventa instabile. E l’instabilità non guarda i colori politici.
Questo non è un articolo sulla geopolitica. È un articolo sulla signora Concetta, che la domenica mattina vuole ancora mettere il ragù sul fuoco senza guardare il contatore del gas con l’ansia. È un articolo su mia madre, su vostra nonna, su tutti quelli che non leggono i report dell’OCSE ma che ogni mese fanno i conti e scoprono che i conti non tornano.
La professoressa Flora ci aveva avvertiti: l’economia è ovunque intorno a voi. Ve la insegno per difesa personale.
Speriamo che qualcuno, prima o poi, cominci a difenderci davvero.
Ciro Scuotto










