È un disastro politico e diplomatico tutto quello che sta avvenendo in Medio Oriente. Mentre tutti gli occhi sono distratti da quanto accade tra Israele, Stati Uniti e Iran, in Cisgiordania avanza, nell’ombra, una violenza che non trova spazio nei grandi media. Non è il caso di fare di tutta un’erba un fascio: ci sono israeliani, attivisti e organizzazioni che stanno documentando quanto accade e che stanno pagando un prezzo personale altissimo pur di farlo, spesso lavorando fianco a fianco con le comunità palestinese. Organizzazioni non governative internazionali che operavano da Gaza e anche Gerusalemme, sono state nel frattempo costrette ad andarsene via trasferendosi altrove pur di operare. Molti stanno operando e lavorando per quanto possibile da Amman in Giordania, e solo pochissimi attori sono ancora in grado di testimoniare con continuità ciò che avviene in quei territori.

Le organizzazioni israeliane che documentano la violenza

Tra questi, alcune delle voci più precise e verificabili vengono proprio da dentro Israele. Yesh Din, organizzazione israeliana per i diritti umani fondata nel 2005, monitora sistematicamente gli episodi di violenza dei coloni in Cisgiordania raccogliendo testimonianze, documentazione fotografica e dati legali. B’Tselem, il Centro israeliano per i diritti umani nei Territori Occupati, attivo dal 1989, pubblica rapporti dettagliati sulle vittime e le circostanze delle uccisioni, spesso anticipando o integrando le fonti internazionali. È grazie a queste organizzazioni, insieme ai giornalisti locali e agli attivisti sul campo, che è possibile ricostruire quanto accaduto nella settimana tra il 2 e l’8 marzo 2026.

Nel giro di meno di dieci giorni, sei palestinesi sono stati uccisi in Cisgiordania in una serie di episodi distinti che hanno coinvolto coloni israeliani armati e, in alcuni casi, le forze militari israeliane, in concomitanza con il conflitto in corso tra Israele e Iran.

Gli episodi tra Nablus e il sud della Cisgiordania

Il primo episodio documentato risale al 2 marzo, nel villaggio di Qaryut, nel distretto di Nablus. Secondo il Centro palestinese per i diritti umani, quattro coloni giunti con un escavatore su terreni agricoli palestinesi hanno aperto il fuoco quando alcuni residenti si sono avvicinati. Muhammad ‘Azem, 52 anni, è stato colpito alla testa ed è morto sul posto. Suo fratello Fahim, 47 anni, è stato colpito al bacino ed è deceduto in seguito alle ferite. Un terzo fratello, Jamil, è rimasto ferito. L’episodio è stato confermato e ripreso da Associated Press e Washington Post. Le forze dell’IDF sono intervenute circa un’ora dopo la sparatoria.

Il 7 marzo, nei pressi di Khirbet Susiya, nella zona di Wadi a-Rakhim nel sud della Cisgiordania, un colono armato ha aperto il fuoco su due fratelli palestinesi che si trovavano sui propri terreni agricoli. Amir Muhammad Shanaran, 28 anni, è morto a seguito delle ferite. Il fratello Khaled è rimasto gravemente ferito. Una fonte della sicurezza israeliana ha confermato che i colpi sono stati esplosi da coloni e non da militari.

L’attacco a Khirbet Abu Falah e i dati sulla violenza

L’8 marzo, nelle prime ore del mattino, si è verificato l’episodio più grave per numero di vittime, nel villaggio di Khirbet Abu Falah. Secondo quanto riportato da Associated Press e confermato dall’IDF, coloni armati hanno fatto irruzione nel villaggio. Fare’ Jawdat Abu Nurah, 57 anni, è stato ucciso dal fuoco dei coloni. Thaer Faruq Hamayel, 30 anni, è stato ucciso da colpi esplosi dalle forze militari israeliane intervenute sul posto. Un terzo residente, Muhammad Jawdat Abu Nurah, 55 anni, è stato trasportato d’urgenza in ospedale dopo aver accusato un arresto cardiaco ed è deceduto successivamente. Secondo fonti mediche locali citate da più organi di stampa, il malore sarebbe riconducibile all’inalazione di ingenti quantità di gas lacrimogeni sparati durante le operazioni. L’IDF ha confermato le prime due morti e ha dichiarato l’apertura di un’indagine penale. La terza morte non è stata formalmente attribuita nelle dichiarazioni ufficiali israeliane.

Sul piano dei dati aggregati, secondo quanto documentato da Yesh Din, nei soli primi quattro giorni del conflitto con l’Iran sono stati registrati oltre cinquanta episodi di violenza da parte di coloni contro palestinesi in Cisgiordania. Dati dell’IDF e dello Shin Bet relativi al 2025 avevano già segnalato un aumento del 27 percento degli attacchi da parte di coloni rispetto all’anno precedente, con gli episodi gravi tra cui sparatorie e incendi dolosi saliti da 83 nel 2024 a 128 nel 2025. Dal 7 ottobre 2023 all’8 marzo 2026, secondo le stesse fonti, il totale dei palestinesi uccisi in Cisgiordania ammonta a 1.041, di cui almeno 27 attribuiti a coloni.

I villaggi di Khirbet Abu Falah e Qaryut si trovano in Area B, la zona della Cisgiordania soggetta ad amministrazione civile palestinese e a controllo di sicurezza congiunto israelo-palestinese, dove risiede la maggior parte della popolazione rurale palestinese. L’episodio di Wadi a-Rakhim si è anch’esso verificato in Area B. La Mezzaluna Rossa palestinese ha segnalato che le chiusure di checkpoint durante il periodo del conflitto con l’Iran hanno rallentato l’intervento dei soccorritori in diversi episodi.

Le testimonianze che tengono aperta la documentazione

A tenere viva la documentazione di questi fatti, in un momento in cui l’accesso ai territori è sempre più limitato, sono dunque soprattutto voci israeliane organizzate e strutturate, che operano a rischio crescente e contro una parte dell’opinione pubblica del proprio paese. Una presenza scomoda, ma necessaria, per chiunque voglia capire cosa sta accadendo davvero in Cisgiordania.

Ciro Scuotto

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