Non si tratta solo di mostrare reperti, ma di raccontare una vera storia di rinascita. Il Direttore Gabriel Zuchtriegel ha voluto sottolineare l’importanza del lavoro umano e professionale che ha reso possibile tutto questo: «Voglio ringraziare tutto il team che ha partecipato al recupero, al restauro e all’allestimento di questa mostra permanente». Dietro ogni reperto ci sono archeologi e scavatori che hanno lavorato con grande attenzione per recuperare i pezzi fragili, restauratori che li hanno riportati alla loro bellezza originale e curatori e architetti che hanno studiato come presentarli in modo chiaro e interessante per il pubblico.
Calchi e memoria della tragedia
Il successo di questa mostra non sta solo negli oggetti esposti, ma nella capacità di trasformare il sito in un museo vivo. Donne accovacciate, bambini in braccio ai genitori e uomini distesi, con le braccia aperte o con le mani in faccia, sono riprodotti attraverso la tecnica dei calchi nel “memoriale” che racconta la fine di Pompei e mostra le sue vittime nell’istante esatto in cui vennero ricoperte da cenere e lapilli nel 79 dopo Cristo. È il modo per guardare in faccia quella tragedia e percepire il dolore e la paura, il tentativo inutile di proteggersi. I 22 corpi in gesso, per la prima volta, compongono l’allestimento permanente nella Palestra Grande degli scavi, insieme ai cibi dell’epoca, e il percorso è stato inaugurato oggi dal Direttore e dal Ministro della Cultura Alessandro Giuli.
Raccontare la tragedia con rispetto
Non è una mostra pensata per celebrare o divertire. Il Direttore Zuchtriegel ha sottolineato come la sfida più grande sia stata trovare un modo rispettoso per raccontare questa grande tragedia. La difficoltà non riguardava solo come allestire gli spazi, ma anche come trasmettere la storia e i reperti in maniera autentica e significativa. L’obiettivo finale è creare un racconto che superi il semplice dato scientifico, offrendo una prospettiva umana e profonda, e permettendo a ciascun visitatore di riflettere e costruire personalmente il proprio senso di ciò che osserva. Quando sono stati portati alla luce i calchi di due persone abbracciate nell’ultimo gesto di affetto, un collega ha esclamato: “Questo siamo noi”.
Esperienza immersiva e accessibilità
Con la riapertura della Palestra Grande, il Parco Archeologico segna un momento speciale. Silvia Bertesago spiega che il percorso espositivo non mostra solo i calchi, ma apre la porta a un intero settore del sito. Per la prima volta, la storia dell’eruzione viene raccontata in modo nuovo, un’installazione multimediale permette ai visitatori di vivere da vicino gli eventi, rendendo immediata e chiara la comprensione della tragedia. La perfetta conservazione dei resti organici cattura subito l’attenzione dei visitatori, offrendo una finestra unica sulla vita quotidiana a Pompei. In questo modo, la mostra riesce a unire l’impatto emotivo dei calchi con il racconto della vita reale della città, offrendo un quadro completo della società pompeiana. Il team ha lavorato con l’obiettivo di rendere la mostra accessibile a tutti, abbattendo barriere fisiche e comunicative e usando diversi tipi di linguaggio.
Giovani, poesia e memoria
A prendere parte all’evento sono state anche le studentesse del Liceo Pascal, che hanno dedicato tempo e attenzione a leggere la poesia di Primo Levi dedicata a una piccola vittima dell’eruzione, “La bambina di Pompei”. Questa scelta non è stata casuale, il poeta, sopravvissuto all’Olocausto, tracciava un legame tra la tragedia naturale di Pompei e le sofferenze provocate dall’uomo nel secolo scorso. “La sofferenza di ciascuno è la nostra…”: le parole di Levi hanno reso chiaro il messaggio centrale del Direttore Zuchtriegel, che l’archeologia non riguarda solo i reperti, ma le persone che li hanno vissuti. A chiudere l’inaugurazione sono stati i giovani, sottolineando ancora una volta la volontà del Parco di essere uno spazio di apprendimento e riflessione. Il Ministro Alessandro Giuli ha definito il nuovo allestimento un esempio di “verismo della memoria”, capace di unire tecnologia e cura artigianale, trasformando il dolore in memoria, bellezza e comprensione della nostra umanità.
Lucia Pia Mandara










