Per un pugno di dollari al barile

Una guerra non nostra. La crisi sì. Aggiornato al 12 marzo 2026

“Al cuore, Ramon, al cuore. Se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore” – Sergio Leone, Per un pugno di dollari, 1964.

L’Iran ha imparato la lezione meglio di chiunque altro. Non mira solo alle basi militari, non cerca la vittoria esplicita e rumorosa sul campo di battaglia. Mira al cuore. E il cuore, in questo conflitto, batte nel Golfo Persico, nelle sale trading di Londra e New York, nelle bollette che arriveranno a casa nostra da aprile in poi.

Gli attacchi proseguono senza sosta. Teheran e altre città iraniane subiscono bombardamenti regolari, mentre la risposta iraniana consiste in ondate di missili balistici e droni diretti verso Israele, basi statunitensi nella regione e infrastrutture civili e industriali del Golfo: Dubai, Abu Dhabi, Fujairah, Bahrain. I numeri cumulativi parlano di centinaia di vettori lanciati, con danni documentati a infrastrutture logistiche e simboli architettonici del lusso che reggevano la narrazione di stabilità della regione.

Un fatto verificato è la scuola elementare di Minab, colpita in quello che fonti iraniane e internazionali descrivono come errore di targeting. Preferirei chiamarlo orrore di targeting, citando Conrad nel suo romanzo Cuore di Tenebra. Comunque lo si voglia chiamare, il bilancio supera le 165 vittime tra bambine e insegnanti. Questo dato non è in discussione tra le parti in conflitto. Le guerre sono orrende e i civili morti restano innocenti ignorati.

Lo Stretto di Hormuz non è stato formalmente chiuso, ma nella pratica è paralizzato. Dal 5 marzo l’Iran ha vietato il transito alle navi legate a Stati Uniti, Israele e alleati occidentali: una distinzione che ha svuotato il traffico commerciale. Al 12 marzo solo due navi hanno attraversato lo Stretto in un giorno, l’International Maritime Organization stima tremila navi ferme nel Golfo Persico e il traffico complessivo è crollato di oltre il 91 per cento. Maersk, MSC, CMA CGM e Hapag-Lloyd hanno tutte sospeso le rotte. I Pasdaran hanno colpito almeno tre cargo che tentavano il passaggio, e l’Iran ha minato lo Stretto: anche un cessate il fuoco domani non basterebbe a riaprirlo subito. L’amministrazione Trump ha risposto con scorte militari e garanzie assicurative statali, ma il rischio resta alto per chiunque navighi nell’area.

Tornando alla citazione iniziale con cui ho aperto questo articolo… In “Per un pugno di dollari” dell’immenso Sergio Leone, Ramon, interpretato da Gianmaria Volontè, spara colpo dopo colpo al petto di Clint Eastwood. Eastwood non muore. Si era preparato: sotto la mantella, una piastra di ferro, un giubbotto antiproiettile rudimentale. L’Iran ha fatto qualcosa di simile, si è preparato vent’anni a colpire al cuore e alla tasca del sistema ma soprattutto a resistere ai colpi israeliani e americani. E a quanto pare ci sta riuscendo. Colpire i simboli del benessere del Golfo, non solo gli impianti militari, è una strategia studiata per mettere sotto pressione l’intera finanza globale. Costringere i petrodollari emiratini a difendersi è più efficace, in termini di pressione sul sistema occidentale, di qualsiasi risposta militare diretta.

I mercati globali dell’energia riflettono la gravità della situazione, anche nella loro volatilità estrema.

Il petrolio Brent ha toccato un picco intraday di 119,5 dollari al barile il 9 marzo, per poi correggere bruscamente: il 10 marzo quotava intorno ai 91-99 dollari, dopo un crollo di oltre l’11 per cento innescato dalle dichiarazioni di Trump secondo cui il conflitto si sarebbe risolto “molto presto”, poi ha dichiarato di aver vinto già questa guerra, poi ha dichiarato di non averla vinta abbastanza. Al tredicesimo giorno del conflitto il Brent ha nuovamente superato i 100 dollari al barile, attestandosi a 100,50 dollari con un rialzo del 9,3 per cento. Il WTI (il petrolio di riferimento americano) si attestava a 94,92 dollari. La volatilità marchio di fabbrica di Trump è parte della storia e oscillazioni di quella portata in 24 ore non appartengono a mercati normali. L’aumento cumulativo dall’inizio dell’anno resta stimato intorno al 50 per cento. L’AIE (l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il fondo-riserva energetico dei paesi industrializzati) ha tentato di stabilizzare i prezzi rilasciando 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, ma gli investitori hanno accolto la mossa con scetticismo: un ennesimo cerotto che potrebbe durare poco, pochissimo.

Il gas TTF, tutti questi acronimi possono essere difficili, spieghiamolo semplice per la signora Carmela che abita a Voghera e il signor Domenico che fa l’idraulico, che come me non hanno le lauree in economia: è il Title Transfer Facility, il principale hub virtuale europeo per la compravendita di gas naturale, è come il mercato della pigna secca a Montesanto, del gas però, vendono solo quello, ma tutto virtualmente. Ed è anche il punto di riferimento del mercato del gas in Europa, un po’ come il Brent lo è per il petrolio. Il gas TTF europeo quindi è schizzato a quasi 60 euro per megawattora, con un incremento dell’86 per cento in soli sei giorni di trading rispetto ai livelli precedenti all’attacco. Al 12 marzo il TTF si attesta intorno ai 50 euro al megawattora: in lieve discesa rispetto al picco, ma con volatilità ancora elevata e nessun segnale strutturale di normalizzazione.

Il GNL (il Gas Naturale Liquefatto, gas raffreddato fino a diventare liquido e trasportato via mare su navi speciali chiamate metaniere) qatariota copre circa il 45 per cento delle forniture italiane di gas che arriva via mare. I flussi sono interrotti o deviati con difficoltà operative significative. Le borse emiratine e qatarine hanno registrato sospensioni di seduta e cali del 4-10 per cento nelle aperture. I mercati europei perdono terreno, con Milano particolarmente esposta: lo spread BTP-Bund, il termometro della fiducia dei mercati sul debito italiano, è in risalita in risposta all’incertezza energetica sistemica.

L’Italia importa oltre il 90 per cento del gas che consuma e gran parte del petrolio. Il contratto ENI-Qatar, un miliardo e mezzo di metri cubi l’anno per ventisette anni, è sospeso o a rischio grave. Le riserve nazionali di gas sono le più alte in Europa, circa 9 miliardi di metri cubi, ma non sono sufficienti a sostenere un blocco prolungato dei rifornimenti.

Le proiezioni per le famiglie indicano rincari annui del 15 per cento o più sulle bollette energetiche, una tragedia. Queste sono proiezioni, non certezze: potrebbe andare meglio come peggio. Dipende soprattutto dalla durata del conflitto, dall’efficacia delle rotte alternative e dalle politiche di calmierazione che il governo potrebbe adottare.

Questa crisi non è stata scelta dall’Italia. Ma alcune scelte che l’hanno resa così costosa per noi, sì.

Dopo aver interrotto i rapporti commerciali con la Russia, l’Italia ha aumentato le importazioni di gas americano, più costoso sul mercato spot e con un’impronta carbonica di trasporto significativamente più alta rispetto al gas via tubo. Quali analisi costi-benefici hanno guidato questa scelta? Chi le ha condotte e rese pubbliche? La Spagna di Pedro Sánchez ha assunto una posizione distinta da quella degli altri partner europei, rifiutando di mettere a disposizione basi militari per le operazioni nel Golfo nonostante pressioni documentate da Washington. Ha pagato un costo economico superiore? I dati disponibili non lo confermano.

L’articolo 11 della Costituzione italiana stabilisce che la Repubblica “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Questa norma non è una clausola programmatica generica: è il vincolo fondante della politica estera italiana, scritto nel 1948 con la consapevolezza di chi aveva vissuto il fascismo e la guerra totale. Come si concilia con il ruolo assunto dall’Italia nelle settimane recenti? La base italiana di Erbil, al confine tra Siria, Turchia e Iran, è stata attaccata. La nostra premier ha dichiarato che questo conflitto per gli iraniani è un’opportunità. In quale senso… Forse ce lo spiegherà poi. Le famiglie italiane per ora, con terrore, aspettano il conto da pagare.

Sul fronte diplomatico, l’Iran ha dichiarato che accetterà un cessate il fuoco solo a condizione che includa garanzie americane che né gli Stati Uniti né Israele attaccheranno più la Repubblica islamica in futuro. Washington appare poco propensa ad accettare. Lo Stretto rimane minato, in tutti i sensi.

Le petroliere sono ferme o passano a stento. Il TTF è esploso. Il Brent ha oscillato tra 120 e 91 dollari in 24 ore, poi è risalito oltre 100; e questa volatilità estrema è già di per sé una notizia. Le bollette più salate arriveranno da aprile in poi, e se il conflitto si prolunga l’impatto sarà pesante per tutti.

Al cuore Ramon, al cuore… Se vuoi uccidere un uomo devi colpirlo al cuore.

Ramon ha sparato. Stavolta, però, nessuno indossava il giubbotto.

Ciro Scuotto

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