Si è spento a Palermo poco prima della mezzanotte di giovedì 12 marzo, Bruno Contrada. L’ex dirigente della Polizia di Stato e numero 3 del Sisde aveva 94 anni. Napoletano d’origine ma palermitano d’adozione, Contrada è stato per oltre un trentennio una figura cardine negli apparati della sicurezza italiani, attraversando gli anni più sanguinosi della guerra di mafia. I funerali si terranno sabato a Palermo.
Il “superpoliziotto” degli anni di piombo
La carriera di Contrada è stata una scalata continua nei vertici investigativi. Prima di arrivare ai servizi segreti, ha ricoperto incarichi di primo piano come capo della Squadra Mobile di Palermo, responsabile della Criminalpol siciliana, poi numero tre del Sisde.
Proprio quando ricopriva questo incarico, dopo la strage di via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino, alcuni collaboratori di giustizia (compreso Tommaso Buscetta) fecero il suo nome.
L’arresto e il calvario giudiziario
Da qui partì un’indagine che culminò con l’arresto di Bruno Contrada la Vigilia di Natale del 1992 con l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa.
Fu condannato per la prima volta a 10 anni nel 1996 e assolto nel 2001 in Appello. Nel 2006 nuovamente condannato a 10 anni: sentenza confermata dalla Cassazione nel 2007. Contrada ha scontato complessivamente 8 anni di pena tra carcere e arresti domiciliati, terminando la detenzione nel 2012. Nonostante il carcere, ha sempre professato la sua innocenza, dichiarando di voler difendere “l’onore di uomo delle istituzioni”.
La svolta di Strasburgo e la riabilitazione
Il caso Contrada è diventato un precedente giuridico internazionale grazie alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Strasburgo ha condannato l’Italia due volte: per le condizioni di detenzione durante la grave malattia e stabilendo che all’epoca dei fatti il reato di concorso esterno non era “sufficientemente chiaro e prevedibile”.
Nel 2017 la Cassazione ha dichiarato ineseguibile la sentenza di condanna. Nello stesso anno l’allora capo della Polizia Franco Gabrielli lo reintegrò nei ranghi come pensionato. Nel 2023, la giustizia ha confermato per lui un risarcimento di oltre 285mila euro per ingiusta detenzione.










