Nella giornata di oggi, 17 marzo, su delega della Procura della Repubblica di Napoli, la Polizia di Stato ha eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. del Tribunale di Napoli, su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di undici soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, di gravi reati tra cui associazione finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione e spaccio di droga, nonché reati aggravati dal metodo mafioso. L’operazione rappresenta l’esito di una complessa attività investigativa che ha consentito di smantellare una storica piazza di spaccio operante nel quartiere Secondigliano.
Le accuse e il quadro investigativo
Le indagini, condotte dal Commissariato di Secondigliano e dalla Squadra Mobile di Napoli, hanno permesso di acquisire gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli indagati in relazione ai reati previsti dagli articoli 74 e 73 del D.P.R. 309/1990, nonché aggravati dall’art. 416 bis.1 del codice penale e da ulteriori fattispecie come l’estorsione.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, gli indagati si sarebbero associati stabilmente per gestire un’intensa attività di detenzione e commercializzazione di cocaina, operando principalmente nell’area del Rione Berlingieri e nelle zone limitrofe, all’interno della nota piazza di spaccio denominata “la piazza di 111”.
Il sistema di spaccio: piazza fissa e modalità itinerante
L’attività investigativa, sviluppata tra marzo 2022 e maggio 2023, ha consentito di portare alla luce un articolato sistema di vendita al dettaglio della cocaina, strutturato su due livelli distinti:
- una piazza di spaccio stanziale, dove la compravendita avveniva direttamente tra pusher e acquirenti;
- una modalità itinerante, basata su una sorta di “prenotazione telefonica”, attraverso la quale i clienti richiedevano la consegna della droga.
Questo sistema garantiva continuità operativa e ampia diffusione sul territorio, permettendo al gruppo di consolidare il proprio controllo sull’area.
I legami con i clan e il sistema del “tributo”
Le indagini hanno evidenziato il collegamento diretto con i clan camorristici “Vanella Grassi” e “Licciardi”, realtà storicamente radicate nella zona nord di Napoli. L’organizzazione si avvaleva della forza di intimidazione derivante da tali sodalizi, operando anche al fine di agevolarne le attività criminali.
In particolare, il gruppo era obbligato a rifornirsi mensilmente dal clan, versando una sorta di tributo periodico, meccanismo che garantiva il controllo del territorio e il mantenimento degli equilibri criminali. A capo del sistema di riferimento vi sarebbe stato Carella Luigi, alias “a’ gallina”.
Emblematico un episodio ricostruito dagli investigatori: uno degli spacciatori sarebbe stato prelevato dalla propria abitazione e picchiato per non aver saldato nei tempi stabiliti il debito relativo alla droga ricevuta, a dimostrazione del clima di violenza e controllo imposto dal clan.
Un business da 280mila euro l’anno
L’organizzazione disarticolata gestiva una piazza di spaccio estremamente redditizia, capace di generare introiti per circa 280mila euro annui. I proventi venivano utilizzati per:
- foraggiare le casse del clan;
- finanziare ulteriori attività illecite;
- garantire il sostentamento degli affiliati detenuti;
- supportare economicamente le famiglie dei membri dell’organizzazione.
Il sistema economico ricostruito dimostra una struttura consolidata e funzionale alla perpetuazione dell’associazione criminale.
Droga nascosta nei giardini pubblici
Un ulteriore elemento emerso riguarda l’utilizzo di spazi pubblici occupati abusivamente. In particolare, i giardini di via Monte Faito venivano impiegati per nascondere ingenti quantitativi di droga, sottraendo tali aree alla fruizione dei cittadini.
La presenza di cocaina sia in “pacchi” sia in dosi singole rappresentava un grave rischio per la salute pubblica, soprattutto per i bambini, che avrebbero potuto entrare in contatto con lo stupefacente.
Trent’anni di attività criminale
L’operazione ha posto fine a una piazza di spaccio attiva da circa trent’anni, considerata una delle più longeve del territorio. Grazie a un sistema articolato di contro-vigilanza, organizzazione interna e controllo del territorio, il gruppo era riuscito a operare per decenni quasi indisturbato.
Le indagini hanno permesso di ricostruire nel dettaglio ruoli, dinamiche operative e modalità di gestione dell’attività illecita, portando all’azzeramento dell’organizzazione egemone nel rione.
Misure cautelari e presunzione di innocenza
Il provvedimento eseguito rappresenta una misura cautelare adottata nella fase delle indagini preliminari. Per tutti gli indagati resta valida la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva, e sono previsti i consueti strumenti di impugnazione.
Le attività investigative proseguono per chiarire eventuali ulteriori responsabilità e ramificazioni del sistema criminale smantellato.










