Ogni anno migliaia di cani finiscono nei canili italiani. Alcuni sono stati abbandonati, altri semplicemente si sono smarriti. Due fenomeni diversi ma spesso collegati, che contribuiscono a mantenere elevato il numero di animali ospitati nelle strutture di accoglienza.

L’abbandono dei cani rimane purtroppo una realtà, alimentata da scelte impulsive, difficoltà economiche o mancanza di responsabilità, ma una parte significativa dei cani che entrano nei rifugi si trova lì perché si è persa e non riesce più a tornare a casa. Bastano pochi secondi perché succeda, un cancello lasciato aperto, un rumore improvviso, i fuochi d’artificio durante una festa, un temporale che spaventa l’animale oppure una passeggiata senza guinzaglio in un ambiente nuovo. Sono tutte situazioni in cui un cane può allontanarsi rapidamente, perdere l’orientamento e ritrovarsi a vagare per chilometri senza riuscire a ritrovare la via di casa.
Quando un cane viene ritrovato a vagare per la strada viene generalmente recuperato da cittadini, associazioni o servizi veterinari e portato nel canile sanitario o municipale più vicino. Qui viene controllata la presenza del microchip e verificata l’iscrizione all’anagrafe canina, che rappresentano le vie principali per identificare il proprietario e facilitare il ricongiungimento. Fortunatamente, se il microchip è presente e i dati sono aggiornati, spesso il cane riesce a tornare a casa in tempi relativamente brevi.
Tuttavia, non sempre le cose sono così semplici. Può accadere che l’animale non abbia il microchip, che i dati del proprietario non siano aggiornati oppure che il cane venga ritrovato molto lontano dalla zona in cui vive abitualmente, come avvenuto a Capodanno nel Veronese. In questi casi il processo di identificazione diventa più complesso e il cane può rimanere a lungo all’interno della struttura. Questo significa maggiori costi di gestione per i canili e meno spazio a disposizione degli altri animali che hanno realmente bisogno di accoglienza. Proprio per questo motivo, negli ultimi anni si è iniziato a parlare sempre di più di prevenzione come possibile deterrente per l’aumento del numero dei cani nei rifugi. È così che sono nate vere e proprie campagne di sensibilizzazione sull’importanza di registrare sempre il proprio cane con microchip, mantenere aggiornati i dati all’anagrafe canina e prestare attenzione durante passeggiate o spostamenti per evitare episodi di smarrimento.
Accanto a queste misure più tradizionali si sono recentemente sviluppate anche nuove soluzioni tecnologiche che permettono di aumentare ulteriormente la sicurezza degli animali domestici. Tra queste ci sono i dispositivi di localizzazione GPS che, tramite app dedicate, consentono di conoscere in tempo reale la posizione del proprio cane direttamente dallo smartphone. Sono molte le aziende del settore che hanno investito nello sviluppo e nell’evoluzione di questa tecnologia, come nel caso di Tractive, che propone collari GPS per cani dotati di funzionalità avanzate. Questi dispositivi, infatti, non si limitano a rilevare gli spostamenti dell’animale o a segnalare l’allontanamento da zone considerate sicure, ma permettono anche di osservare alcuni parametri chiave legati alla sua salute. Attraverso il monitoraggio dell’attività quotidiana e di indicatori come la frequenza cardiaca e respiratoria, infatti, è possibile individuare cambiamenti significativi nel comportamento o nello stato di benessere dell’animale, offrendo ai proprietari uno strumento in più per intervenire tempestivamente in caso di necessità. Naturalmente la tecnologia non sostituisce l’attenzione del proprietario né elimina completamente il rischio che un cane possa allontanarsi, ma può diventare uno strumento molto utile soprattutto per cani particolarmente curiosi, attivi o abituati a vivere in contesti rurali dove gli spazi sono più aperti. In caso di fuga improvvisa, la possibilità di individuare rapidamente la posizione dell’animale può ridurre drasticamente i tempi di ricerca, aumentando le probabilità di ritrovarlo prima che venga portato in un canile.
Il problema degli abbandoni nasce da una questione culturale più profonda, dove responsabilità e consapevolezza dovrebbero guidare le scelte fin dal momento dell’adozione. Poiché l’abbandono rappresenta un fenomeno così difficile da contrastare, è fondamentale che almeno gli animali domestici smarriti possano tornare a casa: un cane non dovrebbe mai finire in un canile semplicemente perché si è perso. Ridurre anche solo una parte dei casi di smarrimento significa alleggerire il carico sulle strutture di accoglienza e diminuire lo stress per gli animali coinvolti, che spesso vivono il passaggio in canile come un’esperienza traumatica.
L’unione tra attenzione quotidiana, tracciabilità e nuove tecnologie rappresenta sicuramente una soluzione concreta per mantenere gli animali più al sicuro e ridurre il rischio che si separino dalla propria famiglia.









