Nell’ ultima settimana, sui social e nelle chat di tutto il mondo il primo ministro israeliano sembra gli sia cresciuto un mignolo di troppo. Gli israeliani non contenti lo hanno fatto venir fuori ancora peggio in una caffetteria in un video opaco assai dove il cappuccino non straborda, le orecchie non sembrano le solite, e la fede al dito prima compare poi scompare. Il web si scatena, dalla tragedia della guerra al pettegolezzo da bar è un attimo, e quindi Benjamin Netanyahu potrebbe essere morto come no, ma non è questo il punto essenziale di questo articolo.
Il video in questione è stato pubblicato il 15 marzo 2026 sull’account ufficiale X di Netanyahu, girato al caffè The Sataf, sui colli di Gerusalemme, come risposta ironica alle voci circolate sui media iraniani circa la sua morte in seguito agli attacchi su Teheran. Nel video Netanyahu mostra entrambe le mani con cinque dita, scherzando in ebraico sul doppio significato della parola “morto” nello slang israeliano. Eppure ha fatto il giro del mondo, è stato condiviso milioni di volte e ha alimentato scommesse reali sulla morte di un capo di governo in carica. Online il caso è già stato ribattezzato “caffè-gate”. E quasi subito ne è apparsa una versione identica con Emmanuel Macron al posto di Netanyahu, per non parlare dei meme proliferati in poche ore.
A innescare la spirale non è stato un laboratorio di analisi forense né un fact-checker indipendente, ma Grok, il chatbot di intelligenza artificiale integrato nella piattaforma X di Elon Musk, che ha risposto a un utente definendo il video “100% deepfake”. Una valutazione che Snopes, fact-checker di riferimento internazionale, ha successivamente smentita, rilevando con strumenti di rilevamento dedicati una probabilità dello 0,1% che il video fosse generato con l’IA. Il caffè Sataf ha inoltre pubblicato su Instagram foto che documentano la visita del premier. Eppure il verdetto di Grok ha circolato più velocemente di qualsiasi smentita.
Certo, Netanyahu ha qualche buon motivo per non farsi vedere troppo in giro. La Corte penale internazionale ha emesso nei suoi confronti un mandato d’arresto. I voli che può prendere si contano sulle dita di una mano. Ma che la valutazione automatica di un chatbot commerciale stia aumentando le scommesse sulla sua reale morte, e che la morte di un capo di Stato possa diventare materia di dibattito virale prima ancora di essere verificata da una sola fonte affidabile, è un fatto che merita di essere fermato e guardato bene in faccia.
Prima il corpo, poi l’identità
Il caffè-gate è solo la punta. Sotto c’è qualcosa di più grande, e per capirlo vale la pena fare un passo indietro.
All’inizio del 2026, Khaby Lame, il creator senegalese-italiano diventato il volto più seguito di TikTok al mondo, ha firmato un accordo con un’azienda per cedere i diritti del proprio clone digitale. Una cifra nell’ordine dei milioni di dollari, a tempo indeterminato. Per sempre. Da quel momento, l’azienda potrà generare video pubblicitari con la sua immagine, la sua voce, i suoi gesti, senza che lui debba muoversi da casa, o anche senza che lui sia ancora vivo.
Il caso Lame è commerciale, volontario, trasparente. Ma apre una porta. Se è possibile clonare un influencer e farlo continuare a “esistere” in forma digitale a tempo indeterminato, perché non farlo con un politico? Perché non farlo con un capo di Stato che conviene far sembrare vivo, attivo, presente, capace di tenere discorsi e rilasciare dichiarazioni, anche quando non lo è più?
Non è fantascienza. Con la tecnologia attualmente disponibile, è una possibilità concreta. Clonare un politico per far continuare le sue politiche, per non mostrare segnali di debolezza in un momento di conflitto, per non subire le conseguenze diplomatiche di un vuoto di potere: il materiale audiovisivo di Netanyahu è abbondante, le sue cadenze vocali sono documentate in migliaia di ore di riprese. Basterebbe un buon modello generativo e dei prompt scritti con cura.
Gli artisti lo avevano detto. Nessuno li ha ascoltati
Nelle comunità di illustratori, grafici e artisti digitali, questo allarme era già stato lanciato anni fa. Non solo per la perdita di lavoro, concreta e documentata, che la generativa sta producendo nel settore creativo. Ma per qualcosa di più profondo: la progressiva dissoluzione della linea che separa il vero dal falso.
Quella linea non è un dettaglio tecnico. È il fondamento culturale su cui si regge il giornalismo, la storia, il diritto, la memoria collettiva. Un disegnatore che vede il proprio stile replicato da un algoritmo senza consenso e senza compenso non sta solo lamentando un torto economico. Sta segnalando che qualcosa nel rapporto tra rappresentazione e realtà si è rotto. Quegli allarmi sono stati ignorati. Considerati la protesta corporativa di una categoria di perdenti, di artisti sfigati rimasti indietro rispetto all’innovazione.
Oggi, il problema non è solo che qualcuno possa produrre un deepfake convincente di un capo di governo. È che un video autentico, girato in un bar di Gerusalemme e pubblicato dall’account ufficiale del premier, sia stato sufficiente ad alimentare una crisi di credibilità globale. Quei perdenti avevano ragione.
Serve un diritto etico della cibernetica. Subito
La questione non si esaurisce nel caso Netanyahu. Riguarda ciò che stiamo costruendo come civiltà dell’informazione. Un mondo in cui anche la morte diventa un’opinione, in cui la valutazione automatica di un chatbot può spostare scommesse, influenzare mercati, destabilizzare alleanze politiche, è un mondo che ha perso il contatto con qualcosa di essenziale: la capacità di accertare i fatti.
Servirebbe un quadro giuridico sovranazionale che stabilisca cosa si può e cosa non si può chiedere a un modello generativo. Un diritto etico della cibernetica, che non esiste ancora in forma efficace e vincolante.
Nel frattempo, rimane una richiesta elementare: se Netanyahu è morto, si facciano dei funerali veri. Se invece è vivo e sta bene, si faccia intervistare da un giornalista in carne e ossa. Non è una pretesa rivoluzionaria. Era la norma, fino a ieri.
Ciro Scuotto










