Si è spento ieri Umberto Bossi, il “Senatur” che ha ridisegnato i confini del dibattito politico italiano, spesso tracciandoli con la punta di un insulto rivolto al Mezzogiorno.
Per Napoli e per il Sud, la sua scomparsa non è solo un fatto di cronaca, ma il bilancio finale di un’epoca iniziata con il grido di “Roma Ladrona” e proseguita con una sistematica delegittimazione della cultura meridionale.

Il rapporto tra Bossi e il Meridione è stato cementato da un termine che il Senatur ha ripetuto ossessivamente fin dal 1992, anno della sua ascesa nazionale. In un’intervista storica a La Stampa, definì il Sud la “palla al piede” che impediva al Nord di agganciare la locomotiva europea.
Per il fondatore della Lega, il Mezzogiorno non era una parte del Paese da risollevare, ma una zavorra da sganciare. Questa visione portò a dichiarazioni feroci sull’assistenzialismo, come quando paragonò il flusso di tasse dal Nord al Sud a un furto perpetrato dallo “Stato padrone” ai danni dei produttori padani.
Anche Umberto Bossi dovette scendere a patti con il Meridione per governare
Eppure, la cronaca ci ricorda anche il Bossi della “realpolitik”. Quello che, nonostante il disprezzo ostentato, dovette scendere a patti con il Meridione per governare. Napoli ricorda bene il Bossi che, nel 1994 e poi nel 2001, strinse alleanze con partiti fortemente radicati nel Sud. Un paradosso che i napoletani hanno sempre vissuto con un misto di ironia e rassegnazione: l’uomo che voleva il muro sul Po era lo stesso che sedeva nei ministeri romani grazie anche ai voti di chi chiamava “terrone”.
Oggi che Umberto Bossi esce di scena, resta un’Italia profondamente segnata da quelle parole. Se oggi si discute di Autonomia Differenziata con sospetto e timore nelle piazze della Campania, è perché il seme del dubbio è stato piantato allora. Napoli saluta il suo nemico storico con il silenzio che si deve alla morte, ma con la consapevolezza che quelle ferite, aperte dai comizi di Pontida, non si sono mai del tutto rimarginate.









