Referendum Giustizia, il No travolge la riforma: Campania regina del dissenso

L'Italia si spacca in due: il Sud e il Centro bocciano la riforma, tengono solo Lombardia, Veneto e Friuli. Scontro aperto sul premierato, mentre Parodi si dimette dall'Anm.

La maggioranza del no è netta: con circa due milioni di voti in più in tutta Italia, la riforma della Giustizia proposta dal governo Meloni è ufficialmente accantonata. E forse, con essa, anche altre iniziative incluse nel programma elettorale del centrodestra.

L’Italia è quasi spaccata in due: su un totale del 58,9% di votanti, più della metà ha scelto il no. Il 46,7% degli italiani invece, ha votato sì al referendum costituzionale. E in questa percentuale sono inclusi gli italiani all’estero. Il no ha vinto in tutte le regioni governate dal centrosinistra (Campania, Emilia Romagna, Puglia, Toscana, Sardegna e Umbria) e ha conquistato anche quasi tutte quelle del centrodestra (dieci in totale) tranne Veneto (58,41% ha votato sì), Friuli Venezia Giulia (54,47% sì) e Lombardia (53,56% sì).

Al Centro e in Sud Italia, anche dove governa il centrodestra, i cittadini hanno votato no: in Sicilia con il 60,98%, in Calabria con il 57,26%, in Basilicata con il 60,03%, in Abruzzo con il 51,77%, in Molise con il 54,70%, in Lazio con il 54,59%. Nelle Marche con il 53,74%. Il no ha vinto anche in Piemonte (53,50%), in Liguria (57,03%), Valle D’Aosta (51,81%) e Trentino Alto Adige (50,59%).

La Campania guida la “rivolta”: il No sfiora il 72% a Napoli

Ma è stata la Campania a dare lo scossone più forte alla riforma della Giustizia. Con il 65,22% dei no, è stata la roccaforte nazionale del dissenso alla revisione della Costituzione. Il dato più eclatante arriva dal capoluogo: nel Napoletano il sì si è fermato al 28,53%, lasciando spazio a una valanga di voti contrari che ha raggiunto il 71,47%, la percentuale più altra dell’intera regione.

Nella provincia di Caserta invece, ha votato sì il 40,93% e no il 59,07%. Nella provincia di Benevento, il no ha vinto con il 56,22% contro il 43,78%. Nell’Avellinese il sì è avanti con il 60,84% (contro il 39,16%) e nella provincia di Salerno con il 57,80% (contro il 42,20%).

Il contesto: carburanti, geopolitica e il caso Delmastro

C’è chi, anche all’estero, parla di flop: la prima vera sconfitta dell’esecutivo in quattro anni di governo. È il momento dell’analisi e a convincere gli italiani che “la Costituzione non si tocca” potrebbero essere stati numerosi fattori. Primo tra tutti, le contingenze internazionali, cioè il conflitto in corso tra Usa, Israele e Iran che ha causato l’impennata dei prezzi dei carburanti (con il gasolio oltre i 2,1 euro al litro) esasperando l’elettorato.

A ciò potrebbe essersi aggiunta la vicenda del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, coinvolto in polemiche per la sua partecipazione alla srl della figlia di Mauro Caroccia – condannato per reati di mafia nell’ambito di un’indagine sul clan Senese – che gestisce un ristorante a Roma.

Infine, c’è il flop della strategia “social”. Giorgia Meloni non sembra essere riuscita a bucare la bolla dei giovani, nonostante l’intervista con Fedez e Mr Marra. La premier non è arrivata al pubblico che odia i talk show, che vota raramente (tranne questa volta) e che forse è lo stesso che da quattro anni scende in piazza per manifestare dissenso, pacificamente o meno, nei confronti del suo governo.

Reazioni politiche: Nordio non arretra, l’opposizione incalza

E mentre si dibatte, nel centrosinistra si pensa già alle elezioni dell’anno prossimo e alle primarie. Nessuno si dimetterà, Giorgia Meloni lo aveva annunciato già durante la campagna referendaria: intende portare a termine il suo mandato e gli italiani dovranno aspettare le politiche per “mandarla a casa”. Sulla stessa linea il Guardasigilli Carlo Nordio, che in un’intervista alla Gazzetta del Mezzogiorno ha annunciato che qualche iniziativa del suo Ministero di fermerà.

Qualcuna, non tutte. Ad esempio, andrà avanti con “l’efficientamento della giustizia”, con i concorsi “per completare la pianta organica dei magistrati” e con la “stabilizzazione del personale del Pnrr. Prendendola con filosofia, diciamo che la sconfitta ci fa risparmiare molto tempo che avremmo dovuto dedicare ai decreti attuativi per fare tutto questo”. 


Sul fronte opposto c’è il centrosinistra con in testa Movimento 5 Stelle e PD, che oltre alle primarie e al voto del prossimo anno, intende fermare il governo su altre riforme di bandiera, come il premierato e la legge elettorale. “A questo punto chiediamo anche il ritiro della riforma sul premierato, un provvedimento pessimo che farà solo altri danni. E ci auguriamo che anche la legge elettorale, depositata in Parlamento, che mette in discussione, tra le altre cose, il quorum di garanzie costituzionali, venga ritirata al più presto”. A dirlo è stato il Dem Francesco Boccia.

Anm resta senza presidente: si dimette Cesare Parodi

La prima (e unica) poltrona a saltare è stata quella occupata da Cesare Parodi: la presidenza dell’Associazione Nazionale Magistrati, che ha deciso di dimettersi con largo anticipo rispetto al suo mandato. La decisione era stata già presa giorni fa, anche se le tempistiche hanno sorpreso tutti. La notizia infatti, è arrivata poco dopo la vittoria del no. Ufficialmente il procuratore di Alessandria si è dimesso per “motivi strettamente familiari”. Problemi “seri” che lo avrebbero costretto ad uscire fuori dal tritacarne mediatico a cui è stato esposto durante la battaglia del sindacato delle toghe contro la riforma Nordio. E ovviamente, le polemiche con il governo.

Si apre ora una fase di rinnovata responsabilità, nella quale, come accaduto nei mesi passati, Magistratura indipendente non farà mancare il suo decisivo equilibrato e ponderato contributo, anche per riforme che davvero possano migliorare la giurisdizione nell’interesse generale”. Così, in una nota, Magistratura indipendente, la corrente delle toghe più a destra delle altre, di cui lo stesso Parodi fa parte.

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