Stamattina dovrebbe essere una normale domenica, qui la settimana inizia di Domenica come se fosse il nostro lunedì. Il traffico caotico di sempre, i clacson che si inseguono, i ragazzi diretti a scuola, i lavoratori già in fila nei caffè. Invece le strade sono deserte. Quasi irreali. Pochi passanti frettolosi, auto isolate, negozi con le saracinesche abbassate o semichiuse. Chi può lavora da casa, con lo sguardo fisso sullo schermo del telefono in attesa del prossimo allarme.
Le sirene e i detriti
Le sirene antiaeree continuano a squarciare il silenzio, di notte e di giorno. Non più eventi sporadici, ma un sottofondo costante: tre toni intermittenti che annunciano il pericolo, un suono lungo che segnala il cessato allarme. Ogni intercettazione di missili o droni iraniani in transito sopra il nostro cielo fa tremare l’aria. I detriti cadono qua e là, a Marj Al-Hamam, ad Al Yasmeen, nei pressi dell’autostrada per il Queen Alia, lasciando tracce di una guerra che non è nostra, ma che ci sfiora da vicino.
Una neutralità sempre più fragile
La Giordania non combatte direttamente, eppure si trova nel mezzo. Il confine trema in silenzio. Il cielo grigio del Levante è solcato da traiettorie invisibili e i sistemi di difesa giordani lavorano senza sosta per neutralizzare ciò che attraversa lo spazio aereo nazionale. La percezione è chiara: non siamo più una zona neutra e protetta, ma parte di un teatro regionale sempre più vasto e imprevedibile, soprattutto dopo la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, confermata dai media di Stato iraniani.
Il leader supremo iraniano, 86 anni, sarebbe stato ucciso in un attacco aereo congiunto USA-Israele sul suo compound a Teheran, un colpo che ha innescato un’ondata di rappresaglie, 40 giorni di lutto nazionale dichiarati a Teheran e promesse di vendetta devastante da parte delle forze armate iraniane. Qui ad Amman, le sirene sembrano echeggiare anche questo: un’escalation che non conosce più freni, con nuovi lanci verso Israele e verso asset statunitensi nella regione.
L’ambasciata americana: rifugiarsi sul posto
All’Ambasciata degli Stati Uniti ad Amman l’allerta è altissima. Tutto il personale della missione ha ricevuto l’ordine di rifugiarsi sul posto, con spostamenti ridotti al minimo indispensabile. Lo stesso consiglio è stato rivolto ai cittadini statunitensi presenti in Giordania: restare al coperto durante gli allarmi, evitare qualsiasi struttura militare nel Paese, mantenere la massima cautela.
Non si tratta di un’evacuazione, almeno per ora, ma di una misura di prudenza rafforzata. I rischi indiretti sono concreti: intercettazioni in quota, detriti in caduta, possibili errori di traiettoria in un conflitto ad alta intensità che si sviluppa sopra le nostre teste.
La Cina osserva
Mentre il fragore delle sirene riempie l’aria, dall’altra parte dell’Eurasia la Cina osserva con uno sguardo freddo e calcolatore.
Pechino non ha schierato forze nel Golfo né annunciato interventi militari diretti. La posizione ufficiale del Ministero degli Esteri è chiara: richiesta di cessate il fuoco immediato, rispetto della sovranità iraniana e ritorno alla via negoziale.
Eppure, sul piano strategico, qualcosa si muove. Entità legate alla sfera spaziale cinese, tra cui società come MizarVision, hanno diffuso immagini satellitari ad altissima risoluzione dei dispiegamenti americani nella regione. Si distinguono chiaramente KC-135 per il rifornimento in volo, E-3 AWACS, F-22 a Ovda in Israele, F-35 ed EA-18G alla base giordana di Muwaffaq Salti, asset a Prince Sultan in Arabia Saudita e ad Al Udeid in Qatar.
Non è un’azione militare. È monitoraggio reso pubblico. È trasparenza strategica che rivela la postura americana: quante risorse sono state impiegate, dove sono concentrate, quanto potrà durare lo sforzo.
Il calcolo su Taiwan
Nei think tank occidentali si discute da tempo della sostenibilità di un conflitto simultaneo su più teatri. In uno scenario ad alta intensità nello Stretto di Taiwan, gli Stati Uniti potrebbero esaurire rapidamente munizioni di precisione, missili a lungo raggio e intercettori avanzati.
Ogni intercettazione qui nel Levante consuma scorte. Ogni Tomahawk o JDAM impiegato riduce temporaneamente la disponibilità altrove.
La Cina non ha alleanze militari formali con l’Iran in questa crisi, ma registra tutto: la velocità di deplezione, la resilienza logistica, la capacità industriale americana di rigenerare le proprie scorte. È una forma di intelligence passiva, ma strategicamente potente.
Il livello politico globale
In Israele, il premier Benjamin Netanyahu continua a difendere l’operazione come necessaria per la sicurezza nazionale. Su di lui pesa però un mandato di arresto emesso dalla Corte Penale Internazionale per presunti crimini legati al conflitto a Gaza, un mandato che al momento non ha prodotto effetti concreti sul piano internazionale.
Negli Stati Uniti, Donald Trump sostiene apertamente la linea israeliana. È lo stesso Trump che in passato ha rivendicato di meritare il Nobel per la pace per il ruolo negli Accordi di Abramo. Oggi Washington è pienamente coinvolta in un’escalation che amplia il fronte mediorientale e consuma risorse strategiche mentre il dossier indo-pacifico resta aperto.
In Europa e in Occidente si moltiplicano le discussioni sui doppi standard del diritto internazionale, sulle accuse di genocidio avanzate contro il governo israeliano in sedi giudiziarie internazionali e sulla tenuta dell’ordine multilaterale. Il Medio Oriente torna a essere il punto di frizione dove sicurezza, petrolio, alleanze militari e diritto si intrecciano.
Amman, barometro di un mondo che cambia
Amman oggi è un radar geopolitico vivente. Sotto le sirene che non smettono, nelle strade svuotate da un lunedì che non è lunedì, si sente la portata globale di questa crisi.
Una guerra regionale che sfonda i confini, coinvolge basi USA, tocca il Golfo e rimbalza fino all’Indo-Pacifico. Gli equilibri si misurano non solo con i missili, ma con le scorte, le alleanze, la capacità industriale e la volontà politica.
La destabilizzazione del Medio Oriente non nasce oggi. È una storia che attraversa decenni: dalla caduta di Gheddafi all’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein, dalle guerre per il controllo energetico alle tensioni irrisolte nei Territori palestinesi e in Cisgiordania. Ogni capitolo ha lasciato fratture aperte che oggi tornano a sanguinare.
Le responsabilità sono diffuse e stratificate. Le accuse di crimini di guerra e le indagini internazionali in corso dimostrano quanto fragile sia il sistema di garanzie globali. In questo contesto, anche l’Italia dovrebbe interrogarsi sul proprio ruolo, sulle proprie alleanze e sulla coerenza tra politica estera e principi costituzionali.
Rispettare la Costituzione significa anche valutare con attenzione scelte che riguardano guerra, diritto internazionale, libertà di manifestazione e assetti istituzionali. In un momento storico in cui gli equilibri mondiali si ridefiniscono, scegliere da che parte stare non è soltanto una questione geopolitica. È una questione di identità democratica.
Ciro Scuotto










