La polemica nasce da una frase. E le frasi, soprattutto quando arrivano da firme autorevoli, pesano.
Dopo la vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo 2026 con il brano “Per sempre sì”, le parole del vicedirettore del Corriere della Sera, Aldo Cazzullo, hanno acceso un caso nazionale.

Rispondendo a un lettore, Cazzullo ha definito la canzone “la più brutta della storia del Festival”, spingendosi oltre: “Potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra, o a essere generosi una canzone di Checco Zalone; che però le scrive per burla”.
Un giudizio netto, rivendicato come opinione critica e non come attacco al “popolo”. Il giornalista ha infatti richiamato “Nel blu dipinto di blu” di Domenico Modugno come esempio di canzone popolare e insieme “meravigliosa”, capace di incarnare lo spirito del miracolo economico. E ha precisato: “Nulla contro il cantante, che è pure una persona simpatica”.
La replica del mondo culturale: “Popolare non è sinonimo di bassa qualità”
Ma il passaggio sul “matrimonio della camorra” ha fatto esplodere le reazioni. Tra le voci più critiche quella dello scrittore Maurizio De Giovanni, che ha risposto con una domanda diretta: “A quanti matrimoni di camorra ha partecipato Cazzullo per definire la canzone in quel contesto?”.
De Giovanni ha sottolineato il rischio di un’equazione pericolosa: popolare uguale scadente. “Non credo che la popolarità debba per forza avere bassa qualità”, ha affermato, chiedendo rispetto non solo per l’artista ma anche per i milioni di spettatori che hanno votato il brano.
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Nel dibattito si è inserita anche una riflessione più ampia: quando la critica musicale diventa lettura sociologica, e quando invece rischia di trasformarsi in stereotipo territoriale. La discussione ha riaperto una questione culturale più profonda: il ruolo storico della canzone napoletana nella costruzione della musica italiana.
La struttura strofa-ritornello, la “forma canzone” moderna, si consolida nell’Ottocento proprio a Napoli, dove poeti come Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio collaborano con musicisti come Francesco Paolo Tosti ed Ernesto De Curtis, dando vita a un repertorio capace di fare il giro del mondo.
CantaNapoli: la forma canzone nasce all’ombra del Vesuvio
Brani come “Era de maggio” o “Tu si’ ‘na cosa grande” diventano patrimonio internazionale. Nel Novecento, figure come Renato Carosone innovano linguaggi e contaminazioni, mentre Pino Daniele inaugura una stagione nuova con “Napule è”, aprendo la strada a una scena che include i 99 Posse, gli Almamegretta, fino alle nuove generazioni.
Ridurre cinquant’anni di produzione partenopea al cliché televisivo del folklore o, peggio, a un immaginario criminale, è il punto su cui molti osservatori hanno espresso perplessità.
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La critica musicale è legittima. Il giudizio estetico è, per definizione, soggettivo. Ma quando una canzone viene accostata a un contesto criminale per via della sua matrice geografica o linguistica, il confine tra opinione e generalizzazione si fa sottile.
La polemica non riguarda soltanto Sal Da Vinci, artista con cinquant’anni di carriera alle spalle e un percorso che attraversa teatro, sceneggiata e pop mainstream. Riguarda un immaginario.
Il nodo culturale: critica o pregiudizio?
Nel pieno del dibattito, Cazzullo ha anche elogiato altri artisti meridionali in gara, come Samurai Jay e Serena Brancale, per dimostrare l’assenza di pregiudizio territoriale. Ma la frattura resta: per una parte dell’opinione pubblica, quel paragone ha evocato uno stereotipo duro a morire.
Nel frattempo, Sal Da Vinci ha mantenuto un profilo basso. Ha denunciato sui social una presunta truffa legata al nome della canzone e ha rinviato una festa prevista a Napoli per rispetto dei funerali del piccolo Domenico Caliendo.
Il dibattito, però, continua. E pone una domanda più ampia: è possibile criticare un brano senza scivolare in un giudizio identitario? La storia della musica italiana suggerisce che la linea di confine tra “colto” e “popolare” sia sempre stata mobile. E che proprio dal popolare siano nate alcune delle pagine più alte della nostra canzone.









